Ottaviano: i bandi europei vanno tarati meglio sui giovani imprenditori

14 Novembre 2016

PESCARA. L’agricoltura invecchia, nei campi oltre il 60% dei lavoratori ha più di 55 anni, mentre le nuove generazioni faticano a entrare nel settore. Per Alfonso Ottaviano, direttore della Cia...

PESCARA. L’agricoltura invecchia, nei campi oltre il 60% dei lavoratori ha più di 55 anni, mentre le nuove generazioni faticano a entrare nel settore. Per Alfonso Ottaviano, direttore della Cia Chieti-Pescara, è questo il nodo da risolvere per ridare slancio all’agricoltura abruzzese.

Direttore Ottaviano, qual è la situazione della nostra agricoltura dal punto di vista prettamente anagrafico?

«In Abruzzo abbiamo certamente un problema di ricambio generazionale, nonostante gli incentivi garantiti all’ingresso dei giovani dai fondi europei del Piano di sviluppo rurale. Per cui oggi il settore è tenuto in piedi dai pensionati».

Perché questo problema?

«I nostri agricoltori continuano a lavorare fino a tarda età perché non possono vivere solo con la pensione da coltivatore diretto che ha importi molto bassi, in media di 600 euro al mese. Così il pensionato è costretto a integrare. Tra l’altro con problemi di bassa redditività del prodotto (penso al settore cerealicolo) che non viene remunerato in maniera sufficiente: una cosa su cui bisogna riflettere».

E da qui parte il blocco del ricambio generazionale.

«Certo, perché non tutti riescono a cedere la propria azienda a un figlio o a un familiare. Per questo a livello nazionale stiamo chiedendo che si aumentino almeno di 200 euro le pensioni minime dei coltivatori diretti».

Eppure i giovani disposti a lavorare ci sarebbero. Si parla molto di “ritorno alla terra”.

«C’è un un dato interessante che riguarda l’Istituto agrario di Scerni, dove registriamo un aumento del 15%-20% di nuovi iscritti. I giovani dunque manifestano la volontà di formarsi come agricoltori e di intraprendere questa attività, ma l’ingresso è difficile».

Parlava di problemi legati ai bandi europei emanati dalla regione Abruzzo.

«Chi deve subentrare nell’azienda ha bisogno di essere incentivato. Nell’ultimo bando indirizzato ai giovani le richieste sono state 650 a livello regionale. Una risposta bassa rispetto alle necessità».

C’è una spiegazione?

«I bandi che vengono emanati premiano soprattutto discorsi di filiera, che vanno dalla produzione alla commercializzazione, mentre molte aziende, soprattutto quelle del settore vitivinicolo, sono fatte di singoli produttori che conferiscono il prodotto alla cooperativa. I bandi sono poco favorevoli per questa categoria di produttori, qualcosa andrebbe rivisto».

Anche perché, lei dice, le potenzialità ci sono.

«Certo, e la politica deve cogliere questi segnali e far sì che chi vuole scommettere su questo settore possa essere aiutato ».

Come vede il futuro dell’agricoltura abruzzese?

«Il futuro credo sia sempre più legato a un discorso di specializzazione. Le aziende saranno sempre più strutturate, dovranno investire e attuare progetti di filiera fino al prodotto finito. Queste riusciranno a sopravvivere, le altre no».

C’è una riduzione delle superfici coltivate?

«Sulle superfici non credo che ci sia stata una riduzione, anzi. Nelle zone vocate di collina e di bassa collina i terreni sono quasi tutti coltivati».

L’Abruzzo ha avuto sempre un problema di eccessiva frammentazione della proprietà agraria. Le cose stanno cambiando? Ci sono aziende che investono comprando terreni?

«Certo c’è l’interesse delle grandi aziende a investire».

Sono abruzzesi o anche di altre regioni?

«Sono sia locali che nazionali.

E’ un fatto positivo?

«Secondo me non è positivo, perché oggi molte piccole aziende, soprattutto nei piccoli centri, dove si vive quasi solo di agricoltura, riescono ad andare avanti e a garantire lavoro. Le grandi aziende si strutturano, si meccanizzano e hanno bisogno di meno forza lavoro».