Pantaleo: mi arruolai nella Brigata Maiella per vendicare papà

«A scuola mi prendevano in giro perché non ero fascista Oggi i ragazzi non capiscono la guerra, non l’hanno vissuta»
SULMONA. «I giovani di oggi sono cresciuti a pane e cioccolato, non sanno cosa vuol dire la fame, la guerra e la disperazione». Ennio Pantaleo, classe 1930, è stato il più giovane componente della brigata Maiella impegnato nella liberazione dell’Italia dai fascisti. Proprio nel 76esimo anniversario della Liberazione ha raccontato al Centro quei momenti che rimarranno per sempre impressi nella sua mente. Era adolescente quando decise di arruolarsi nella Brigata Maiella «per vendicare mio padre» e assicurare un futuro alla sua famiglia. All’epoca a 14 anni si era già grandi e bisognava prendersi cura spesso di madre, nonni, sorelle e fratelli. Dopo la morte del padre, ferroviere e socialista, Pantaleo ebbe il compito di pensare ai suoi essendo l’unico maschio rimasto in famiglia. Ma lui non voleva sentire il peso di questa grande responsabilità sulle spalle e scappò. Grazie alla sua altezza e a «quattro peli in faccia» riuscì ad arruolarsi.
Come era la sua vita prima della Brigata Maiella?
«Difficile sicuramente. Per anni avevo subìto i dispettucci di tutti a scuola perché mio padre era socialista. Quando alla quarta, alla quinta si facevano le manifestazioni fasciste mi rimandavano tutti i giorni a casa piangendo perché, o i pantaloni non erano come quelli degli altri, o i calzettoni non andavano bene. Mi scacciavano, ma in realtà erano piccoli dispetti che facevano solo perché mio padre non era fascista. Quando poi arrivai alla soglia dei 14 anni la mia vita cambiò».
Fu allora che decise di arruolarsi?
«Sì, mio padre morì a causa dei tedeschi e io volevo vendicarlo. In quel periodo fu dura perché lavori non ce n’erano e tutti i parenti mi continuavano a dire “ora l'unico maschio sei tu, devi pensare alla tua famiglia”. Per la rabbia scappai di casa e andai a Recanati con la Brigata Maiella. Si doveva fermare questa guerra, io volevo fermarla».
Ebbe sicuramente un grande coraggio, cosa ricorda di quei momenti?
«Per riuscire ad arruolarmi diedi la data di nascita falsa, ero alto, avevo qualche pelo in faccia e mi presero. Subito dopo mi mandarono al fronte e mi misero alla compagnia pesante. Un giorno ero a riposo, dopo un mese di fronte, ci avevano dato delle armi pesanti, dei mortai. Mentre il tenente ci spiegava il funzionamento io feci una domanda e lui poi lo riferì al comandante. Io avevo paura di essere rimandato a casa e quando mi chiamò Troilo gli raccontai tutto. Oltre a essere un grande uomo, il comandante era un grande padre. Mi disse: “Non so se prenderti a calci in culo o se abbracciarti”. Alla fine mi fece rimanere e mi promosse a porta ordini».
Dopo mesi di battaglie arrivò la tanto attesa liberazione, fu una grande emozione?
«La Liberazione fu un qualcosa di unico, di indescrivibile. Era veramente un giorno di festa, era finita la guerra. Al livello nazionale ovunque c'erano festeggiamenti. Non si sentiva più uno sparo, la gente si divertiva, ballava. Solo a Sulmona c’erano 8 sale da ballo. Una gioia infinita che oggi forse non si può capire».
Quando tornò a casa la famiglia fu felice di poterlo riabbracciare “più che altro perché ero ancora vivo. Dopo il periodo difficile a causa dell’assenza del lavoro, il trasferimento in America e il ritorno in Italia, ha iniziato a raccontare ovunque cosa è stata per lui la Brigata Maiella.
Parlando con i ragazzi ha capito perché oggi non amano e non partecipano attivamente alla vita politica?
«Abbiamo fatto tante cose nelle scuole con gli altri compagni e ho capito che i ragazzi non possono emozionarsi perché non sanno cosa sia la guerra. Nelle guerre non ci sono solo le bombe o i carri armati, ci sono anche la fame e la disperazione. I giovani di oggi non hanno mai avuto occasione di trovare il coraggio di ribellarsi. Questi sono cresciuti a pane e cioccolato, noi invece non avevano neanche la panzanella. All’epoca mia si bagnava il pane con un po' di olio, ma di semi mica di oliva. La fame era nera e questo ci ha spinto a farci forza, a ribellarci».
Quei momenti drammatici vissuti da adolescente sono incisi sulla sua pelle come un tatuaggio che nessuno mai gli potrà togliere. Cosa rappresenta per lei oggi il 25 aprile?
«È una data importante, ci sono ricordi belli e ricordi brutti. Prima il 25 aprile era più sentito, era un giorno di festa veramente perché era il giorno in cui era finita la guerra. Oggi si sente un po' meno. Con gli altri compagni abbiamo fatto tante cose negli anni nelle scuole il 25 aprile. I ragazzi erano sempre attenti, le ragazze invece più curiose, tanto che ci riempivano di domande. Anche ai miei nipoti racconto sempre gli episodi di quegli anni, si appassionano molto. Ora purtroppo siamo rimasti in pochi, siamo quattro. Ho mandato gli auguri a Gilberto Malvestuto per i suoi 100 anni, noi eravamo nella stessa compagnia, ci conosciamo bene. Quando gli diciamo che Malvestuto ha festeggiato il secolo di vita intonando "Bella ciao" Pantaleo si entusiasma: «Anche io la canto spesso, rappresenta la liberazione».
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