Parla il primo soccorritore «Ne abbiamo salvati due»

Ecco la grotta della tragedia: è lunga e stretta. Volevano scoprire se proseguiva Il pescarese Franchi racconta al Centro come ha raggiunto Pietrolungo e Farinelli
PESCARA. È stato il primo a entrare in quel budello che, nei punti più critici, è alto quaranta centimetri e largo meno di ottanta. «Il momento più difficile l’abbiamo vissuto quando il primo sifone, ovvero un passaggio completamente allagato della grotta, non si svuotava», racconta Massimo Franchi, pescarese di 47 anni, speleologo del Soccorso alpino, di professione ingegnere strutturista. Franchi, con altri due soccorritori, è riuscito a salvare Giuseppe Pietrolungo e Stefano Farinelli. Per Alessio Carulli, invece, non c’è stato nulla da fare: è rimasto incastrato nel secondo sifone, a circa 70 metri dall’ingresso della Risorgenza di Fosso Capanna, a Roccamorice, dov’era arrivato con i due amici per cercare di trovare la prosecuzione di una cavità naturale che, scoperta nel 1995 dallo Speleo club di Chieti, ha sempre messo a dura prova gli esploratori. Una grotta che, leggermente in salita, si sviluppa per circa 200 metri. Ma l’ipotesi degli esperti, ed è stato proprio questo il motivo della spedizione, è che la cavità prosegua anche oltre.
«A lanciare l’allarme», dice Franchi, «sono stati alcuni amici dei tre speleologi quando hanno visto l’acqua uscire dalla grotta. Un segnale inequivocabile di una piena improvvisa e non prevedibile perché, prima dell’inizio dell’esplorazione, era stata svuotata con le pompe». I soccorritori sono entrati nella cavità con le mute da subacquei e le torce in testa. «Nei primi 25-30 metri», prosegue, «non abbiamo trovato acqua perché i compagni dei dispersi avevano attivato nuovamente le idrovore. Il tempo, in circostanze come queste, è il fattore più importante: ecco perché abbiamo cercato di raggiungere il primo sifone il più in fretta possibile. Quando abbiamo scoperto che era completamente occluso, abbiamo attivato le altre due pompe che avevamo portato con noi. Sono servite un paio d’ore per svuotarlo».
Con il passare dei minuti, la tensione è inevitabilmente cresciuta. Cosa passa per la testa in momenti del genere? «Il senso di responsabilità ti dà la carica, ti aiuta a sopportare anche i momenti difficili, a rimanere al freddo, a velocizzare una manovra. Per fortuna, due dei tre ragazzi erano proprio al di là del sifone: quando si è creato il primo varco utile, mi sono sincerato delle loro condizioni e, una volta compreso che erano in grado di muoversi, li ho fatti subito passare. Erano a quattro zampe, con i piedi immersi nell’acqua, sotto choc e infreddoliti. Mi hanno detto che il loro compagno non ce l’aveva fatta e che era annegato all’altezza del secondo sifone, dove era rimasto incastrato a causa della piena. Loro hanno provato a salvarlo, ma non ci sono riusciti: è impossibile andare controcorrente, la furia dell’acqua puoi solo assecondarla... In casi di piena, è la fortuna a fare la differenza: devi sperare di essere spinto in una zona dove non ci sono ostacoli». Una volta portati fuori i primi due ragazzi, Massimo e i suoi compagni hanno cercato di svuotare completamente anche il secondo sifone. «Ma non ci siamo riusciti: il livello dell’acqua scendeva molto lentamente perché c’era ancora una forte portata a monte, quindi abbiamo dovuto attendere che arrivasse un altro generatore per proseguire la progressione in sicurezza».
È stata un’altra squadra del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico a raggiungere Carulli, ormai senza vita, in quella grotta diventata una tomba di pietra e acqua gelata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

