Parla lo psichiatra Crepet: «È colpa della solitudine»

Il luminare interviene dopo i due drammi familiari che hanno colpito l’Abruzzo: «I social influiscono negativamente. Bisogna ricostruire i momenti d’incontro»
L’AQUILA. Due tragedie in due giorni hanno sconvolto le comunità dell’Aquila e di Celano. Distinte tra di loro ma, come per tanti episodi simili, con un comune denominatore: la solitudine. Quella cappa che avvolge e isola dal mondo, annientando la socialità. A spiegare i meccanismi che attivano gesti di aggressività verso se stessi o i familiari è lo psichiatra, sociologo e scrittore, Paolo Crepet. Un luminare, che nella sua carriera, di “vuoti dell’anima” ne ha incontrati molti.
Professor Crepet, due casi in poche ore per una provincia come quella aquilana sono molti. Cosa scatta nella mente?
«Sono episodi assolutamente tra di loro incomparabili. Non si può fare nessuna deduzione comune, né c’è alcuna epidemia in atto. Si tratta di casi che registriamo con grande tristezza che rimandano a storie complicate, dolorosissime e mai nate dal lunedì al martedì. Una persona che comincia a pensare di uccidere i figli, la moglie e se stesso non lo fa dopo aver bevuto un bicchiere di più. Se bastasse un raptus per fare una strage saremmo già tutti estinti. Sono gesti singoli e meditati nel tempo. Non c’è nulla di sociale in tutto questo, zero. È solo una coincidenza temporale che ha accomunato i due episodi».
Da osservatore privilegiato, ha notato un aumento di suicidi e omicidi in famiglia?
«In generale i suicidi sono un fenomeno abbastanza raro, per fortuna. Le statistiche ci dicono che ce ne sono, ma la curva esponenziale non si alza nel giro di qualche mese, non dobbiamo lavorare di fantasia. Mentre su altre cose sì, come il fatto che oggi ci sia una maggiore solitudine. Tutti questi drammi hanno un fattore comune: l’isolamento dell’individuo dalla società. Immagino che le persone che compiono gesti così estremi siano state lasciate abbastanza sole per far sì che nessuno abbia potuto prevedere in questi soggetti atti omicidiari e suicidari. Nella loro solitudine li hanno messi in atto: al di là del singolo caso, vale per la maggior parte delle tragedie che si consumano in questo modo».
La comunità può intercettare i drammi prima che si consumino?
«La donna che decide di buttarsi giù dalla finestra con il figlio, non so da chi e come, ma poteva magari essere salvata in linea di massima se accolta e ascoltata. Dobbiamo pensarlo, altrimenti sarebbe la fine. Non è un ottimismo generico il mio, è che se una comunità dice di essere tale e non riesce a capire per tempo e prevenire questi atti, allora deve alzare bandiera bianca. È una sconfitta».
Come capire il momento di difficoltà o fragilità di una persona?
«Intanto, possiamo aiutare le persone, dal vicino al conoscente, a essere meno sole, con attività di quartiere, di condominio o con iniziative che coinvolgano la città. Quello che si chiama amicizia e non si trova sui social: è la vicinanza fisica che fa la differenza, lo sfogo con un amico o un conoscente, la possibilità di rapportarsi con gli altri».
Lei ha citato i social. Sono un nemico delle relazioni interpersonali?
«Moltissimo e influiscono su questi accadimenti, perché non sono sociali, anche se li chiamiamo così. Si dovrebbero chiamare a-sociali perché ognuno di noi è solo quando è su una piattaforma telematica, non si rapporta realmente con gli altri. È evidente e questo è uno dei motivi per cui cercare di intercettare delle tendenze alla chiusura in se stessi risulta fondamentale. Gli ultimi dati raccolti dimostrano un aumento del disagio giovanile, che riguarda una fascia di popolazione che passa molto tempo sui social. Si registra sicuramente un incremento di fenomeni come la depressione, le fobie, l’ansia e la paura di stare tra la gente».
Quanto ha influito la pandemia in questi comportamenti?
«Ha inciso in modo pesante, ma ormai stiamo parlando di un evento che è alle nostre spalle. Sicuramente abbiamo pagato uno scotto enorme, abbiamo lasciato le giovani generazioni sole in camera. Ed è stato un grande problema. Continuiamo a rilevare un disagio che ha le facce della depressione e dell’isolamento, da un lato. Dell’aggressività, dall’altro. L’elemento di maggiore rischio è che dall'una può scaturire l’altra».
Dobbiamo imparare, quindi, a pensare come comunità?
«La comunità non è solo una sommatoria di individui chiusi in una stanza con un cellulare. Se la concepiamo come rete di scambi e di relazioni bisogna attivarsi e investire in servizi, luoghi e momenti di incontro. Se le città non hanno più una latteria, un cinematografo, un bar o una sala lettura si vive nell’isolamento. Dobbiamo pensare a costruire luoghi di aggregazione».
Chi vive un momento di crisi psicologica, cosa deve fare?
«Non devo trovare necessariamente uno psicanalista o uno psicoterapeuta: piuttosto costruire la mia vita su momenti e luoghi di incontro, dove qualcuno mi chiede come va, dove posso sfogarmi o stare zitto in un gruppo di amici. E anche se sto zitto, può darsi che qualcuno se ne accorga e mi chieda perché. Ma se sono completamente solo e non c’è nessuno che mi indirizza, può darsi che possa essere colto da tristi fantasie».

