Pd, la mediazione non riesce Renzi tenta l’ultima carta ma la scissione è a un passo

Il leader: stop ai ricatti, Fassino e Martina: serve convenzione programmatica Bersani strappa: «Saremo all’assemblea ma se non si aggiusta, la storia è finita»
ROMA. Deciso ad apparire come quello che non vuole sfasciare il Pd, Matteo Renzi apre alla minoranza in un tentativo estremo di ricucitura prima che lo strappo sia irreparabile. «Il verbo del congresso non è andatevene, ma venite non sarà scontro sulle poltrone ma confronto delle idee. Una scissione sulla data del congresso» scrive l’ex premier nella sua e-news settimanale «sarebbe incomprensibile. Inspiegabile far parte di un partito che si chiama democratico e aver paura della democrazia. Il dibattito interno non interessa i cittadini. Si riparte, ci si rimette in cammino, c’è bisogno di tutti».
Tanto per cominciare Renzi, che dà appuntamento dal 10 al 12 marzo al Lingotto di Torino, non sarà il segretario reggente del Pd in vista del congresso. Durante l’assemblea di domenica prossima il testimone passerà al presidente del partito, Matteo Orfini. Ed è questo un primo segnale di disponibilità inviato alla minoranza interna. La scissione è inevitabile? A stretto giro arriva la doccia gelata da Enrico Rossi, Michele Emiliano e Roberto Speranza, che sono i tre candidati alternativi a Renzi. Prima una comunicazione: «Sabato mattina saremo tutti assieme al teatro Vittoria, con l’obiettivo di costruire un’azione politica comune e per impedire una deriva dagli sviluppi irreparabili». Poi parte una freccia “avvelenata” contro l’ex premier: «L’esito della direzione è stato profondamente deludente e ha sancito la trasformazione del Partito democratico nel Partito di Renzi, un partito personale e leaderistico che stravolge l’impianto identitario del Pd e il suo pluralismo». Ce n’è quanto basta per immaginare che senza una svolta nelle prossime ore, la strada sia segnata. E la conferma arriva da Pier Luigi Bersani che ieri ha riunito i suoi alla Camera per capire se ci sono ancora gli spazi per negoziare dentro il Pd: «Passi avanti non ne vedo. Cerchiamo fino in fondo di non rompere. Vediamo se da qui a domenica viene data risposta alle nostre richieste. Questa volta non si scherza». La riunione dei bersaniani si conclude e Roberto Speranza annuncia che domenica saranno all’assemblea del Pd. Poi fa capire qual è la posta in gico: «La nostra posizione è chiara, congresso in autunno e voto nel 2018».
A Montecitorio le riunioni sono andate avanti per tutto il giorno. Oltre ai bersaniani, si sono visti tutti i componenti dei “giovani turchi” ma anche Emiliano ha fatto una riunione di corrente mentre Renzi, due giorni fa, ha parlato a lungo con Dario Franceschini. Tutti al lavoro per evitare la scissione. Emiliano si dice d’accordo con Orlando sulla necessità di tenere una conferenza programmatica. Ma i “giovani turchi” in serata fanno sapere di volere non una conferenza programmatica prima del congresso ma un’assemblea programmatica tra l’avvio della raccolta delle firme ed il termine della presentazione delle candidature (venti giorni). La minoranza del Pd, comunque, ritiene non concreta l’ipotesi di una conferenza programmatica che pure è stata avanzata da diversi settori del partito come possibile mediazione. «Con l’annuncio di Renzi del Lingotto il 10-12 marzo è evidente che non c’è alcuno spazio per una conferenza programmatica. Renzi ha deciso di tirare dritto» taglia corto un bersaniano. E pazienza se a provare una mediazione ci pensano anche e soprattutto Piero Fassino e Maurizio Martina: «Proponiamo che la Convenzione nazionale divenga pienamente Convenzione programmatica». Quel che è certo è che la dead line di Renzi resta la stessa: il congresso deve tenersi in ogni caso prima delle amministrative. Ma l’exit strategy per evitare la scissione non c’è ancora: «Io combatto per le idee, non per le liste. Se non si aggiusta il congresso il Pd non c’è più» si sfoga Bersani.

