Penne, uccise la moglie malata: 80enne a processo per omicidio

Colpì la donna in testa con una statuetta per finirla e liberarla dalle sofferenze: marito sotto accusa Rigettato il rito abbreviato con lo sconto di pena: Gino Mazzini dovrà comparire in Corte d’Assise
PENNE. Il 30 gennaio prossimo, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Chieti, inizierà il processo a carico di Gino Mazzini, 80 anni, originario di Milano ma residente a Penne. Il gup Nicola Colantonio ieri l’ha rinviato a giudizio per omicidio volontario: secondo l’accusa, Mazzini uccise la moglie malata, Maria Cretarola, 85 anni, colpendola in testa con una statuetta raffigurante un Buddha. Il giudice ha rigettato la richiesta di rito abbreviato avanzata dall’avvocato Antonio Di Blasio, difensore dell’imputato, in quanto l’aggravante del rapporto coniugale tra i due non permette di ricorrere al rito alternativo che peraltro consente la riduzione di un terzo della pena. E quindi si andrà davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Guido Campli.
Una vicenda che ha dei risvolti tragici non soltanto legati ovviamente alla morte della donna, che peraltro avvenne diverse settimane dopo il fatto mentre era ricoverata in ospedale, ma per una serie di circostanze che avrebbero portato l’uomo a porre fine alle sofferenze della moglie molto malata. Mazzini confessò subito il suo gesto ai carabinieri che erano intervenuti: anzi lo fece ancor prima telefonando alla sua vicina di casa per informarla di aver fatto una «cosa brutta». «Le volevo bene e non la volevo più vedere soffrire», disse a tutti.
Il gravissimo episodio si verificò il 29 maggio del 2020 in pieno lockdown, e sconvolse l’intera comunità pennese. Il medico che eseguì l’autopsia, nonostante il tempo trascorso dalla violenta aggressione, mise in relazione il decesso dell’anziana con i colpi inferti dal marito, per cui il pm Rosangela Di Stefano spedì tutto al gup come omicidio volontario. Mazzini, dopo aver colpito la moglie ed aver telefonato alla vicina, si tagliò le vene con i resti di una bottiglia rotta e si mise su una sedia ad attendere la morte. Provvidenziale fu però l’intervento dei carabinieri e delle ambulanze che portarono entrambi i coniugi in ospedale. L’imputato venne anche sottoposto ad una perizia psichiatrica. Il dottor Maurizio Cupillari dell’Aquila, nelle sue conclusioni scrisse: «Trattasi di soggetto già affetto da depressione che a causa delle continue malattie della moglie e dell’assistenza che prestava ha avuto un peggioramento del quadro clinico ed ha cercato di porre fine alle sofferenze della moglie colpendola ripetutamente al capo per poi tagliarsi ai polsi con il collo di una bottiglia. Non ce la faceva più a vederla soffrire, temeva di non riuscire più ad assisterla. I criminologi li chiamano», disse ancora lo psichiatra, «omicidi “pietas causa” o “altruistici” anche se sembra un paradosso». E conclude affermando che «l’estremo atto violento viene giustificato con lo scopo di sottrarre le vittime a quella che presumono sarebbe una vita di sofferenze e infelicità». In quel momento Mazzini aveva comunque «uno stato di mente tale da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere». Adesso saranno i giudici della Corte d’Assise di Chieti ad entrare nel merito, nel dibattimento che avrà inizio il 30 gennaio prossimo.
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