Pentito morto sotto protezione: indagati otto medici del carcere

Domenico Cricelli era malato: morì nell’abitazione di Montesilvano, dov’era in segreto, a maggio 2019 Secondo l’accusa, i professionisti avrebbero omesso la diagnosi e i trattamenti terapeutici adeguati
PESCARA. A distanza di poco più di tre anni dalla morte di Domenico Cricelli, ritenuto uno dei più affidabili pentiti della ’ndrangheta calabrese che per anni è stato “ospitato” sotto protezione prima nel Teramano e poi a Montesilvano, otto medici che svolgevano la loro attività nelle carceri di Prato e di Pescara, rischiano di finire sotto processo per omicidio colposo.
Sono i professionisti che avrebbero dovuto curare il pentito prima nel carcere di Prato e poi in quello di Pescara e invece, stando alle conclusioni cui è giunto il pm, Gabriella De Lucia, non avrebbero agito secondo quanto raccomanda l' “ars medica”. Degli otto imputati, che il prossimo febbraio dovranno presentarsi davanti al gup di Pescara, sei avevano avuto modo di rendersi conto delle condizioni del detenuto nel carcere di Pescara, mentre due lo avevano visitato quando era in Toscana.
Cricelli è morto il 13 maggio del 2019 a Montesilvano, a 51 anni, a seguito dell’aggravamento di una importante malattia. Malattia che lo aveva colpito molti anni prima e che nessuno, a detta dello stesso pentito, ma anche dei suoi familiari che con la loro denuncia hanno fatto scattare l’inchiesta appena conclusa con la richiesta di processo per gli otto medici, sarebbe stata sottovalutata se non addirittura trascurata, in quanto i medici «omettevano di prescrivere e svolgere i necessari approfondimenti diagnostici e dunque la somministrazione di adeguato e tempestivo trattamento terapeutico», come si legge nell’imputazione. Poi il magistrato scende nei dettagli, contestando a ognuno dei professionisti le presunte mancanze e omissioni che avrebbero portato poi alla morte del pentito.
Il giorno prima di morire, Cricelli aveva lasciato al figlio poche righe che per lui costituivano una denuncia a tutti gli effetti e che il figlio depositò poi alla polizia di Pescara. In quello scritto Cricelli affermava di essere residente in una località segreta, a conoscenza del Servizio centrale di Protezione, e chiedeva che dopo la sua morte venisse sottoposto a tutti gli esami medici necessari, autopsia compresa, per accertare le cause della sua morte e le eventuali responsabilità. Una richiesta cui venne dato seguito dalla procura di Pescara (fu l’allora pm Salvatore Campochiaro a disporre l’autopsia) e che ora rischia di portare davanti al tribunale quei medici che per l’accusa avrebbero sottovalutato una malattia che si confermò mortale per il pentito calabrese originario di Tropea.
Solo nel 2018, quando era detenuto a Paliano, a Cricelli venne concesso di eseguire una serie di esami clinici che confermarono la malattia che era però già in uno stato molto avanzato. Dopo la scarcerazione a fine luglio 2018, il pentito andò a vivere con la sua famiglia nel Teramano, per poi trasferirsi a Montesilvano dove venne seguito da uno specialista della clinica oncologica di Chieti. Cricelli, ex ristoratore e imprenditore nel settore edile, è sempre stato ritenuto un pentito di primo piano, entrato nel programma di protezione già nel 2004, teste chiave della Dda di Catanzaro contro il clan Mancuso e nel processo “Odissea” contro il clan La Rosa di Tropea. Nel 2016, quando era sotto protezione nel Teramano, arrivò poi l’attentato di Silvi al direttore della Motorizzazione Civile di Chieti, Nino Presutti. Cricelli venne indicato come il mandante di quel colpo sparato verso la macchina del dirigente da Doriano Mancinelli, poi arrestato a Londra. Per le sue condizioni di salute la posizione del pentito nel processo di Teramo venne stralciata: Mancinelli il 22 maggio del 2019 venne condannato a 13 anni (condanna divenuta definitiva), morendo nel carcere di Vasto lo scorso aprile. Cricelli, invece, è morto pochi giorni prima della sentenza di primo grado nella sua casa di Montesilvano.

