Per 15 ore sotto le macerie con la sorellina morta Giorgia salvata dai vigili

La piccola estratta viva a Pescara del Tronto. Il dramma della nonna di Arquata: dopo la prima scossa fa uscire di casa la nipote di quindici anni e la vede morire
Qui dove la terra non smette di tremare e i bambini non giocano più, la vita e la morte diventano tali solo per caso. Perchè se Giorgia, 7 anni, sopravvive dopo 15 ore tra le macerie, c’è nonna Anna che piange la sua Martina, arrivata da Roma per qualche giorno di vacanza. Aveva solo 15 anni. Dopo la prima scossa la nonna l’ha fatta uscire dalla casa di Arquata, ma il cuore le si è fermato quando dalla finestra ha visto Martina morire sotto i calcinacci di un edificio crollato proprio in quell’attimo. «Che mondo è questo», dice nonna Anna, «io viva a 80 anni e la mia unica nipote morta a 15. Che ci faccio ora su questa terra?».
Ad Arquata del Tronto e in quella che fino all’altro ieri era la frazione di Pescara molti bambini e ragazzini in questi giorni stavano trascorrendo le vacanze dai nonni. E nel silenzio irreale che avvolge tutto fanno rumore le storie dei sopravvissuti. Come quella di nonna Anna, 78 anni e una faccia che non dimentichi. Lei che di terremoti ne ha sentiti tanti sa che il panico non serve. E allora quando la prima scossa l’ha sorpresa nel sonno nella casa di Arquata ha subito pensato alla nipotina di 15 anni con lei. «Le ho urlato di uscire», racconta, «io dovevo prendere delle medicine salvavita. Era solo un attimo». Ma è stato l’inizio della fine. Perchè Martina è morta sotto i calcinacci delle case crollate. «Un attimo e non c’era più», dice nonna Anna, «quando mi sono affacciata dalla finestra l’ho vista sparire tra le macerie». Poi la corsa fuori con la terra che continuava a tremare. «Non so che cosa è successo dopo», continua nonna Anna, «un vicino di casa mi ha fatto uscire. Poi sono arrivati gli altri miei figli che abitano nella parte bassa del paese». E mancano pochi minuti alle 19 quando i vigili del fuoco estraggono dalle macerie di Pescara una bambina di sette anni: un letto l’ha protetta dal crollo della casa in cui stava trascorrendo qualche giorno di vacanza con i familiari arrivati da Roma. Giorgia dormiva con la sorellina più piccola che non ce l’ha fatta. Lei ha resistito per 15 ore sotto le macerie. «Abbiamo sentito qualcosa», racconta Serafino Ciarulli uno dei vigili del fuoco arrivati da Teramo, «e abbiamo capito che qualcuno respirava ancora». E allora piano piano, calcinaccio dopo calcinaccio fino ad arrivare a lei, al suo pigiamino, alla sua manina. Ad Arquata, intanto, si continua a scavare perchè nel centro storico, tra le case arroccate una sull’altra ora diventate macerie, ci potrebbero essere ancora dispersi. Qui nessuno si ferma. Hanno cominciato a scavare subito dopo la prima scossa, senza luce e a mani nude. Come hanno fatto i ragazzi di qui, quelli che ci abitavano e quelli che ci trascorrevano le vacanze. Sono stati loro tra i primi ad organizzarsi per cercare «di dare una mano».
E’ bastata una telefonata, un sms e si sono ritrovati nelle strade. Hanno cercato di coordinare come potevano i primi soccorsi, spostando a mano calcinacci e mattoni. Poi, nel corso della mattinata, si sono organizzati per distribuire l’acqua tra i tanti che si sono ritrovati al campo sportivo dove c’è l’ospedale da campo e si contano morti e feriti: 46 e cento. Solo per ora. E qui ad Arquata tra i primi ad arrivare il vescovo di Ascoli Giovanni D’Ercole che ha già vissuto il sisma dell’Aquila. «Stavo andando ad Amatrice», dice, «quando mi hanno detto che Arquata e Pescara del Tronto c’erano morti e feriti. Ho visto buio e sentito le grida della gente. E poi scosse di terremoto. Solo con le luci dell'alba ho potuto rendermi conto che il paese era stato raso al suolo. Come se ci fosse stato un bombardamento».
Nel campo dell'Asd Arquata football club ora ci sono ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, un'autobotte della polizia e gli elicotteri della forestale. Sulle panchine degli spogliatoi c’è chi è ferito e chi piange a dirotto. Come Michele, 60 anni, e una casa che non c’è più. «Ma siamo vivi», dice stringendosi alla sua Maria, ai suoi figli, «siamo vivi. Tutto il resto lo ricostruiremo. Siamo riusciti a scappare dopo la prima scossa lanciandoci da una finestra, di corsa con la terra che tremava e i calcinacci che non smettevano di cadere. Tutti mano nella mano perchè ci siamo detti o ci salviamo tutti o moriamo tutti». Si sono salvati tutti, anche il cane. «Già», dice Michele, «pensavamo di averlo perso, ma siamo riusciti a riprenderlo. Sì, tutta la nostra famiglia si è salvata e questo vale tante, perchè quando sei vivo puoi ricominciare. E noi lo faremo».
Cristina, titolare dell'hotel Regina, alle porte del paese, continua a tremare come la sua terra. «La casa e l’albergo sono completamente danneggiati» dice. Lei, i suoi bambini, una coppia di amici ospiti nella sua abitazione e i clienti sono scappati subito dopo la scossa che ha devastato la zona.
In un pulmino e in un'auto ci sono le coperte e i cuscini portati fuori nella notte dei crolli. Pensa all’albergo e piange Cristina: «Questo non è un posto ricco e ora è tutto perso. Siamo vivi, certo, ma ricominciare non sarà facile. Quando c’è stata la prima scossa siamo scesi dal letto e abbiamo preso i bambini in braccio. Siamo usciti senza nemmeno un graffio, portandoci anche il cane e il gatto». Ad Arquata del Trontto vivono circa mille e 200 persone che salgono a 6mila in estate quando arrivano i turisti e tornano quelli che qui sono nati. «Tornavano», dice Cristina, «perchè qui adesso non rimarrà più nessuno».
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