«Perseguitata dall’ex: vi racconto la mia vita diventata un inferno»

21 Novembre 2018

Il calvario di una 45enne tra paura, vergogna e sensi di colpa prima di trovare la forza di rivolgersi a un legale e denunciare

PESCARA. Maria (nome di fantasia) è una donna pescarese di 45 anni che ha chiesto aiuto all’associazione Ananke dopo aver vissuto un inferno di «solitudine, sensi di colpa, paura, vergogna, impotenza». Anni di persecuzioni vissuti tra «ingiurie, minacce di morte, messaggi lasciati sul tergicristallo dell’auto», nel terrore «di sentire il campanello di notte» o, peggio ancora, «che facesse del male alle mie figlie».
L’INFERNO. Tutto inizia dopo un «matrimonio finito, con due figli, una vita normale, il lavoro». Pensavo «fosse quella la solitudine». Invece, la vita riparte con una nuova storia, che però «non decolla. Lo lascio e inizia il mio inferno» in un crescendo di terrore e minacce di morte.
LA DICHIARAZIONE “D’AMORE”. «Le sue sembravano buone intenzioni» racconta la donna ad Ananke, «diceva di essere innamorato, voleva che tornassimo insieme e per dimostrarmi il suo “amore” ha iniziato a tempestarmi di telefonate e sms offensivi. Quando ho smesso di rispondere, sono iniziate le telefonate mute a tutte le ore del giorno e della notte. A casa non dormivamo più tranquille, le mie figlie e io».
INIZIANO GLI APPOSTAMENTI. «In tutti i luoghi che sapeva frequentassi, dal posto di lavoro fino a scuola della piccola. Era come se volesse dirmi: tu non mi vuoi? Ma io ci sono. Tu vuoi scappare? Ma io ti troverò sempre. E, così, scappando, alimentavo, senza volerlo, il gioco della preda col cacciatore. Iniziarono le ingiurie scritte sotto il portone di casa, le minacce di farmi saltare in aria o di farmi rotolare per le scale, messaggi lasciati sotto al tergicristalli dell’auto, voleva un incontro che non ho mai voluto concedere. Iniziai a non dormire più di notte per paura di ciò che avrei trovato scritto col pennarello l’indomani sotto al portone, accanto al citofono, sulla cassetta della posta, di quello che avrebbero pensato i vicini».
LA FORZA DELLE FIGLIE. «Avevo paura che avrebbe potuto far del male alle bambine, loro sono state la molla che mi hanno spinto a ribellarmi. Non potevo permettergli di calpestare la mia dignità, dovevo dare l’esempio “alle mie donne” che nessuno può farci del male senza ribellarci».
LA PRIMA DENUNCIA. «Mi rivolsi a un avvocato e partì la prima denuncia. Da quel momento la mia vita cambiò. Amici, familiari, conoscenti si allontanarono per timore di essere coinvolti. Pensavano che probabilmente “qualcosa avevo fatto” se quella persona mi stava trattando così. Fu allora che compresi il significato della parola solitudine. Sentirsi sola perché non c’è nessuno in grado di capire come ci si sente in quei momenti, nessuno che può alleviare la paura che blocca i pensieri, nessuno che ti possa aiutare a uscire dal baratro in cui sei precipitata, nessuno che possa difenderti. Avrei voluto urlare: non ho fatto niente, aiutatemi! E invece rimanevo in silenzio ad ascoltare le parole vuote di chi mi diceva: “Non preoccuparti, non farà ciò che minaccia di fare”, dall’amica ai familiari che non ti appoggiano. E piangi. Quante lacrime ho versato. Mi sono prosciugata. Ero incapace di gestire quei momenti e cominciai a prendere medicinali».
I SENSI DI COLPA. «Mi sentivo in colpa e non capivo perché, sapevo di non aver fatto nulla. Invece avevo paura, provavo vergogna, impotenza, perché non riuscivo a far arrivare il mio grido di dolore, perché non riuscivo a difendermi. Dovevo dimostrare di non essere colpevole di nulla. Che non esiste niente che giustifichi i comportamenti di chi si nasconde dietro un amore malato».
L’USCITA DAL TUNNEL. «Un giorno qualcuno mi parlò di Ananke, iniziai un percorso durante il quale imparai a dare un nome a ciò che mi stava succedendo. Ero vittima di uno stalker, non mi resi conto subito che era un sollievo dare un nome al mio dolore». (c.co.)