Pescara, addio a don Guido: il fondatore del Don Orione e paladino dei più deboli

5 Maggio 2014

Scompare a 90 anni il primo direttore del centro di riabilitazione. Aveva conosciuto San Luigi Orione, restituì dignità a generazioni di malati

PESCARA. «Uno dei momenti più belli fu quando portammo i disabili in piazza Salotto. Nonne, mamme e bambini andarono via dicendo: “Arrivano i malati”». Raccontava così, don Guido Sareli, le difficoltà incontrate per aprire una struttura dedicata ai disabili in un tempo in cui, negli anni Settanta, quei malati erano emarginati. Se n’è andato a 90 anni nel centro che aveva contribuito a fondare il primo storico direttore del Don Orione, don Guido Sareli. A piangere la scomparsa del pioniere dei diritti dei più deboli, del sacerdote che aveva conosciuto personalmente Luigi Orione – canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 2004 – sono i familiari, le sorelle Elisa e Rita, e i confratelli del Don Orione per cui don Guido si è speso per quarant’anni. I funerali si sono tenuti nella chiesa del Don Orione in via Aterno, strapiena di pescaresi e non che sono venuti a dare l'ultimo saluto al sacerdote paladino dei diritti dei più deboli.

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funerali

Nato a Veroli, in provincia di Frosinone, don Guido è stato il primo direttore dell’istituto di riabilitazione di via Aterno inaugurato ufficialmente nel 1975, quando nella strada al posto della struttura di oggi c’era solo un terreno incolto che il Comune aveva deciso di dare ai Figli di Don Orione. «L’idea iniziale fu quella di ospitare un centro di formazione, ma poi confrontandoci con il vescovo Iannucci ci accorgemmo che aveva già un progetto simile in cantiere e per questo allora pensammo a un istituto per disabili», aveva raccontato recentemente al Centro don Guido. «Accogliemmo un gruppo di ragazzi poliomielitici da vari istituti italiani, dando loro la possibilità di frequentare le scuole. In questa struttura istituimmo anche una sezione del Manthonè».

Il primo passo per le attività del Don Orione, la struttura di riabilitazione estensiva che oggi conta mille utenti al giorno, era stato proprio di spronare all’accettazione e alla rottura di un muro. «Ma il problema principale di Pescara», raccontava ancora il primo direttore del centro di riabilitazione, «erano i bambini neurolesi, quelli che una volta venivano chiamati spastici, che non potevano essere curati. La conseguenza era che venivano tenuti in casa, nascosti al mondo. Solo i più fortunati erano accompagnati a fare terapia a Porto Santo Stefano. Noi aprimmo questa porta ai bambini, dopo che una mamma mi disse con il cuore in mano di fare qualcosa per il suo bambino».

Ma le difficoltà non riguardavano solo l’impatto con i disabili ma anche quelle di trovare un personale qualificato che potesse prendersi cura dei malati perché all’epoca, aveva proseguito ancora, «non esistevano fisioterapisti ed educatrici specializzate, ma ottenni dalla scuola argentina di Moralez quattro fisioterapisti, un altro dal Belgio e una dalla Sardegna. Iniziammo così questa nuova avventura».

Era stato lo stesso don Guido a mettersi alla guida di un pulmino per andare a prendere i bambini e ragazzi della provincia e portarli nel centro di riabilitazione che, quarant’anni dopo, è diventato un punto di riferimento per Pescara e la provincia. Il Don Orione è infatti una struttura di riabilitazione estensiva convenzionata con il servizio sanitario nazionale e conta 20 posti letto, 95 in degenza diurna, circa cento assistenze domiciliari al giorno e un ambulatorio da circa 400 prestazioni quotidiane.

Nel 2009, il pioniere dei diritti e della dignità delle persone portatrici di handicap era rimasto vittima di un incidente, lasciando la città con il fiato sospeso. Don Guido era stato infatti investito proprio davanti al centro mentre attraversava via Aterno tornando in seguito a lavorare per i suoi bambini e ragazzi, restituendo ai disabili un’esistenza normale.

«La nota dolente», aveva sottolineato ancora recentemente, «è l'assistenza statale. Con la carenza economica i fondi sono pochi e non permettono di programmare oltre i tre mesi. Spesso non riusciamo a dare risposte alle persone. Restiamo male», ammoniva, «quando vediamo sperperare le risorse della Regione».

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