Pescara, al Premio Allegrino il dottore di Fuocoammare: "Siamo tutti clandestini"

Pietro Bartolo, medico a Lampedusa, in 25 anni ha visitato più di 280mila immigrati e ha raccontato aneddoti molto toccanti. Premiati anche il professor Calò, che a Treviso ospita sei migranti, e il giovane egiziano Mousa Shala, che ha sventato una rapina a Torino
PESCARA. Si è svolta oggi all'auditorium Petruzzi di Pescara la decima edizione del Premio nazionale Allegrino “Sì all'Uomo”, l'evento che raccoglie le testimonianze, piccole o grandi, ma sempre eroiche, di chi sceglie nella propria vita di donarsi agli altri senza riserve, rinunciando a un po' di sé per fare spazio alla solidarietà, al coraggio, al perdono e alla carità. Storie, le più diverse, che spesso fioriscono in silenzio ed è per questo motivo che il Premio dà loro una voce nella speranza di gettare semi di altruismo. Giunta alla decima edizione, l'iniziativa è stata ideata e realizzata per la prima volta nel 2007 - in occasione della ricorrenza della scomparsa di Domenico Allegrino (29 marzo 1999) - dall'associazione a lui intitolata e creata dalla figlia Antonella, imprenditrice sociale e presidente della onlus. In apertura della manifestazione, Antonella Allegrino ha sottolineato il senso dell'iniziativa : “Da dieci anni proponiamo le testimonianze di persone normali che sono capaci di fare qualcosa di speciale, di accogliere, di mettersi accanto e in ascolto delle difficoltà, dei dolori e delle sofferenze degli altri. Sono storie che raccontano un "bene" che fa poco rumore e che, invece, è quello che più incide sulla nostra società e sul quale dobbiamo fare più affidamento. Il premio – ha proseguito - è stato incentrato quest'anno sul tema dell'immigrazione, sul quale abbiamo avviato una riflessione da tempo e organizzato il concorso "Un barcone per vivere", rivolto alle scuole. I premiati sono persone che hanno espresso in diversi modi il valore dell'accoglienza e della solidarietà L'auspicio è che, attraverso le loro testimonianze, sia stato lanciato un messaggio di pace e fratellanza. Vogliamo vivere in un continente forte, solido e determinato nella solidarietà ai migranti. La diversità è una crescita continua, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Bisogna aprirsi agli altri, che sono parte di noi e non qualcuno da cui ci si deve difendere”.
Un messaggio che è stato condiviso dai premiati: il dottor Pietro Bartolo, medico a Lampedusa, il professor Antonio Silvio Calò, che ha accolto nella sua casa a Treviso sei migranti, e Mousa Shala, giovane egiziano che ha sventato una rapina a Torino nonostante fosse senza permesso di soggiorno.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Bartolo, il dottore che è stato anche protagonista del documentario di Gianfranco Rosi, “Fuocoammare”, vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino. Il medico, che in più di 25 anni di lavoro ha visitato circa 280mila migranti, ha raccontato episodi commoventi come quello del ragazzo che ha portato sulle spalle per tutto il viaggio della speranza, dall'Africa a Lampedusa, il fratello disabile pur di salvarlo o di una ragazza strappata alla morte quando era già stata chiusa in uno dei sacchi destinati ad accogliere i cadaveri. “E' un dovere di ogni uomo accoglierli, nessuno si può rifiutare davanti a chi ha bisogno di aiuto. Non sono un eroe, faccio quello che è giusto fare – ha detto - Non riesco a chiamarli clandestini, sono persone come noi. Penso a un bambino di sei mesi, di un anno, che reato ha commesso per essere considerato clandestino? Allora siamo tutti clandestini!”.
Di straordinaria umanità anche il racconto di Antonio Silvio Calò e della moglie Nicoletta, che hanno accolto in casa, da giugno scorso, sei immigrati sbarcati a Lampedusa e diventati per loro come figli. “E' un'esperienza molto bella, ora siamo molto più ricchi di umanità - ha spiegato il professore - E' difficile guardare certe immagini in tv e voltarsi da un'altra parte, c'è una coscienza che grida. Un giorno, dopo aver saputo dell’ennesima tragedia in mare, sono andato in prefettura e ho dato la mia disponibilità ad ospitare alcuni immigrati. Mi hanno guardato modo strano, ma il nostro è stato un gesto semplice che è diventato straordinario”. “Abbiamo aperto la porta di casa perché la nostra vita doveva farsi trafiggere da questa umanità in fuga – ha aggiunto la moglie - Ci siamo resi conto che ci si è rovesciato addosso un mondo di bene”.
Anche quella del giovane egiziano Mousa Shala, arrivato in Italia su un barcone, è stata una testimonianza molto intensa. Il suo coraggio lo ha spinto, nel gennaio scorso, a sventare una rapina in un supermercato di Torino nonostante fosse senza permesso di soggiorno. “Non ho pensato proprio a nulla, solo a salvare la ragazza e a fermare il rapinatore - ha raccontato - C’erano tante persone, ma nessuno è intervenuto. Penso che quello che ho fatto è normalissimo”. Moussa, dopo il suo gesto, ha ottenuto il permesso di soggiorno e ha trovato un lavoro saltuario che gli consente di restare a Torino insieme a tre fratelli.
Il bianco e nero ha connotato le foto di Stefano Schirato, fotografo abruzzese ospite della manifestazione, che ha ritratto volti, sguardi, sofferenze e disperazione nel suo viaggio insieme ai migranti lungo la rotta balcanica, da Lesbo fino all'Austria. “Mi sono reso conto che questa moltitudine di persone che vediamo nei telegiornali e di cui leggiamo sui giornali, non ha un volto - ha spiegato - Eppure è una storia che passa a 500 km da casa nostra, ho pensato che fosse giusto per un reporter andare a vedere quello che succede”. A Schirato è stata consegnata una targa per la sua opera di sensibilizzazione. Molto suggestiva anche la performance di Giorgio Di Pietrantonio, compositore e polistrumentista, che ha eseguito brani musicali con strumenti etnici. Alla manifestazione hanno assistito anche gli studenti di alcune classi della scuola media “Giovanni Pascoli”, dell'Istituto “Di Marzio-Michetti” e del liceo artistico “Misticoni-Bellisario”.


