Pescara, casalinghe ed ex negozianti prostitute per crisi

24 Marzo 2015

Arrivano dall’entroterra abruzzese o dal Molise: sempre più donne “normali” spinte dalla crisi vengono a prostituirsi durante il week-end nel capoluogo adriatico dove non sono conosciute. L’analisi dell’associazione “On the road”

PESCARA. Non solo straniere, non solo vittime della tratta e dello sfruttamento, ma anche donne italiane, casalinghe della porta accanto o ex commercianti che decidono di prostituirsi in strada per disperazione, come ultima occasione di riscatto a una vita soffocata dalla crisi economica e da tutto quello che questa si porta dietro. Sono loro, le donne italiane, anzi abruzzesi dell’entroterra o del vicino Molise, le pendolari del sesso a pagamento, un fenomeno che come rilevano le forze dell’ordine e come conferma l’associazione “On the road” aumenta con l’approssimarsi delle festività e del periodo estivo. Un pendolarismo, anche a livello geografico, che porta donne “normali” dell’entroterra abruzzese o del vicino Molise sui marciapiedi di Pescara, evitando di essere riconosciute e al contempo garantendosi facili guadagni lungo uno degli snodi adriatici più attrattivi e trafficati della costa.

«Con la crisi c’è sicuramente la tendenza al ritorno di forme di prostituzione “fatte in casa”, connesse a problematiche sociali di cui sono protagoniste le donne italiane», spiega Antonello Salvatore responsabile dell’associazione “On the road” per l’area pescarese (e coordinatore del centro diurno della stazione “Trein de vie”) che oltre a contrastare il fenomeno dello sfruttamento raccoglie e ascolta le storie delle donne incontrate o avvicinate per strada. E tra queste, a fronte delle donne sfruttate dalle organizzazioni, è sempre più alto il numero di donne abruzzesi, «e di una certa età», come sottolinea Salvatore, «che reduci da traumi o da attività commerciali finite male cercano il riscatto della vita scendendo in strada. Una scelta che può essere giudicata male, che spesso fa della donna un capro espiatorio da additare nel peggiore dei modi, ma che invece», fa notare Salvatore, «va letta, quando non si tratta di sfruttamento da parte di organizzazioni, come una prova di forza incredibile. Perché mettersi dall’altra parte, finire sul marciapiede, significa decidere di esporsi alla strada e a tutti i rischi. Significa avere un livello di sofferenza e una voglia di riscatto e dignità che stanno uscendo sempre più spesso. Perché quando con la nostra associazione avviciniamo le donne in strada ci relazioniamo con tutti i mondi. Il mondo della prostituzione è un mondo di mondi, pieno di umanità e sofferenza».

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Un mondo anche molto volubile, spiega ancora Salvatore, anche in termini di “flussi”.

«Sia in relazione alle donne gestite dalle organizzazioni, sia agli uomini, anche, e alle donne che si prostituiscono sulla spinta di problematiche sociali, i flussi delle loro presenze sulla strada sono spesso legati ai periodi dell’anno e alle attività repressive delle forze dell’ordine. Ma attenzione», ammonisce al riguardo Salvatore, «circa quattro anni fa “On the road” insieme a tante realtà impegnate sul terreno del contrasto allo sfruttamento sessuale ha prodotto un report per analizzare l’impatto che hanno le ordinanze antiprostituzione: ebbene, se nell’immediato mitigano il fenomeno, comunque non lo risolvono. Le ordinanze sono uno strumento inadeguato per cercare di contenere il fenomeno, e capisco anche le ragioni degli enti che cercano di correre ai ripari, ma alla fine sono misure di scarso impatto».

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