Picchiata davanti ai figli denuncia il marito «Ho fatto la scelta giusta»

Una cinquantenne racconta i maltrattamenti subiti in casa per anni «Lo amavo e volevo salvare la famiglia, ma ormai era il mio carnefice»
PESCARA. Si è sposata per amore, «un grande amore, contraccambiato». Ma poi il marito è diventato il suo «carnefice»: la maltrattava davanti ai figli piccoli, verbalmente e fisicamente, per cui è arrivata a denunciarlo, due volte, ha assistito alla condanna per maltrattamenti e ora attende che si pronunci la Cassazione. Una 50enne che sta «provando a rifarsi una vita» racconta la sua esperienza, alla vigilia della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Parla di suo marito come di un carnefice, perché?
«Le violenze sono cominciate dieci anni fa. Prima di allora non era violento, ma un despota sì, un padre padrone, si doveva fare quello che diceva lui. È cominciato tutto dopo un suo tradimento: l’ho scoperto, lui ha ammesso, e da allora è cambiato radicalmente, alzava le mani su di me e beveva. Ci ho messo più di tre anni per decidere di denunciare, nel 2017. L’ho fatto dopo l’ennesimo episodio di violenza fisica e verbale, e dopo essere andata in ospedale, ma in quegli anni ci sono andata tantissime volte. È stato allontanato dal giudice ed è andato a casa dei suoi, non si poteva avvicinare a me, avevamo contatti solo per i bambini, che assistevano a tutto».
Perché tanto tempo per denunciare?
«Provavo vergogna per quello che mi stava accadendo a casa, avevo paura di lui e delle conseguenze di una denuncia».
Poi però l’ha fatto rientrare.
«L’ho riaccolto in casa dopo 8 - 9 mesi. Prometteva di non farlo più, ci ho creduto, ero innamorata. Ma mia figlia mi aveva messo in guardia, mi aveva detto che sarebbe andata via, se lui fosse tornato. E così è stato. Non sono stata in grado di fermarla: lei non riusciva a subire questa situazione pesante. Se avesse potuto, il fratello più piccolo l’avrebbe seguita. Io ero combattuta, stavo male, ero manipolata, e avrei preferito mia figlia a lui. Ma in qualche modo cercavo di salvare la famiglia, sono all’antica. Mi ha dato tre mesi di tregua, poi ha ricominciato con gli stessi comportamenti: mi tirava per i capelli, mi strattonava e spingeva, mi ha anche spaccato un labbro. Ho capito che era tornato per vendicarsi della denuncia, non era affatto pentito. Diceva che gli avevo rovinato la vita. Nel frattempo mi aveva isolata da tutti, e se vedevamo qualcuno diventava motivo di lite. Che dire? Mia figlia aveva capito tutto».
Come ne è uscita?
«L’ho denunciato di nuovo, nel 2019, e mi sono sentita più tranquilla. Dopo tre giorni lo hanno prelevato e portato dai genitori. In quel lasso di tempo non sono tornata a casa e poi sono rimasta fuori per altri 17 giorni con mio figlio, avevo paura a tornare. Sono rientrata con entrambi i miei figli, che mi hanno aiutata: sono stati il mio sostegno, il mio tutto. Da allora non ci sono stati altri episodi, abbiamo solo contatti per i figli, adesso entrambi maggiorenni. Ma ho ancora paura».
Cosa pensa oggi? Ha fatto la cosa giusta?
«Lui è un narcisista, non cambierà mai. Sì, ho fatto la scelta giusta, ne sono fiera. Lo rifarei. Si deve denunciare, avere la forza e il coraggio, non vergognarsi. Solo così ci si può liberare di una persona tossica».
Chi l’ha aiutata?
«Non la sua famiglia e neppure gli amici di allora. Mi hanno sostenuto la mia famiglia, qualche amica, e l’associazione Iside di Annarita D’Urbano, che sono contenta di aver trovato».
Lui, le ha mai chiesto scusa?
«Mai».

