Pineta, segnali di rinascita ma c’è il problema rifiuti

Bottiglie, materassi, gomme e vecchi motorini. Gli esperti: necessario pulire
PESCARA. Bottiglie in quantità e lattine. Ma anche reti per materassi, porzioni di mobili e pure lo scheletro di una moto e dei cerchi in lega bruciati. La Riserva, area protetta e quindi inaccessibile, inviolabile, è stata più volte trattata come una discarica a cielo aperto dai pescaresi che hanno gettato di tutto oltre la recinzione. E quindi il primo passo sarà pulire, bonificare la Riserva, rimuovere tutti i rifiuti che sono stati gettati in quella zona verde negli ultimi decenni. Secondo passo: dare tempo e modo alla natura di fare il proprio corso, per assistere alla ricostituzione del soprassuolo boschivo, cioè alla rinascita della vegetazione.
Ci vorrà del tempo prima di veder risorgere la Riserva bruciata dall’incendio del primo agosto, e non potrebbe essere altrimenti perché sono i cicli biologici a scandire i mesi, gli anni, e quindi i primi segnali concreti di rinascita della Riserva, non si vedranno prima di un anno, se non due. Nel frattempo, ciò che si può fare è «creare le condizioni ottimali per la rinnovazione naturale». È quanto emerso ieri durante il sopralluogo eseguito nel comparto 5 della Pineta dannunziana, da sempre chiuso al pubblico e completamente divorato dal rogo che ha danneggiato anche i comparti 3 e 4. C’erano il sindaco Carlo Masci, il suo vice Gianni Santilli, il presidente della commissione Ambiente Ivo Petrelli, i tre esperti nominati da Palazzo di città proprio per definire il percorso da seguire per la Pineta, e cioè Nevio Savini, Dario Febbo, e Gianfranco Pirone, e poi i tecnici del Comune Giuliano Rossi, Mario Caudullo e Carlo Massimo Rabottini.
«Gli esperti», ha spiegato Masci, «ci hanno dato una sorta di cronoprogramma, indicando le priorità, e la prima cosa da fare in questo momento è pulire la Riserva. È un intervento preliminare rispetto a tutto quello che verrà dopo. Rifiuti sparsi e ruderi dell’ex vivaio vanno rimossi, va effettuata una bonifica», ad opera del Comune. «In questo modo si creeranno le condizioni per una migliore rigenerazione», ha aggiunto Masci. Già, perché gli esperti hanno proposto di far «ricostituire la pineta in maniera naturale», facendo ricrescere in autonomia le stesse specie che c’erano prima e cioè pini, querce, olmi, allori e piante della macchia mediterranea, ma agevolando la riproduzione (gamica o agamica) con «interventi non impattanti», finalizzati proprio a favorire la rinnovazione. Vanno eliminate, invece, le piante esotiche, come le palme, alcune delle quali sono già spuntate fuori insieme ad altra vegetazione (che sarà mantenuta solo se non infestante). E il verde si nota, spicca tra la cenere.
Per studiare l’evoluzione della situazione, osservare i passaggi della natura, gli esperti hanno anche «proposto un monitoraggio», che potrebbe essere effettuato dall’Università dell’Aquila, necessario a valutare costantemente ciò che accadrà, ben sapendo che si dovrà attendere «la prima stagione vegetativa, e cioè la prossima primavera, e poi quella successiva, nel 2023». Un arco di tempo non comprimibile, tanto più che i pini d’Aleppo potrebbero rilasciare i semi dalla pigna non solo ora ma fino ai prossimi due o tre anni dando così il via al processo per la nascita delle plantule. Insomma ci vorranno un paio di anni e nel frattempo «la Riserva rimarrà chiusa», hanno chiarito proprio gli esperti. Poi, però, si immagina un’altra vita per questo comparto. «La finalità è di renderlo fruibile per aspetti didattici e scientifici», è stato annunciato ieri dal gruppo di lavoro. Diverso è il caso del comparto 3, quello del laghetto, che con limitati interventi di manutenzione e di messa in sicurezza, così come il comparto 4, potrà essere riaperto nella parte non bruciata.
«La Pineta è una priorità per cui troveremo i fondi necessari», ha concluso Masci. «Noi ci siamo, siamo presenti e ci siamo rivolti a un gruppo che non è un circolo di parole e di elucubrazioni mentali ma che lavora per risolvere un problema. E vogliamo che quello che è stato un dramma diventi una opportunità».
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