«Potevo esserci io» La Francia commossa si stringe alle vittime

17 Novembre 2015

A mezzogiorno un minuto di silenzio e poi la Marsigliese Il Paese torna in piazza e cerca di ritrovare la normalità

INVIATO A PARIGI. È un silenzio colmo di commozione quello che cala nella piazza del Pantheon, davanti alla Facoltà di diritto, quando la chiesa di Saint Ètienne comincia il primo dei 12 rintocchi di mezzogiorno. Un minuto di silenzio - commemorazione in tutta la Francia - che al Pantheon diventano tre, rotti infine dall’applauso di centinaia di studenti, parigini, turisti che passano per caso. E poi tutti a cantare la Marsigliese. Non gli riesce ancora bene ma la intona anche Reza Faali, 30 anni, iraniano, da cinque studente di diritto in Francia, prima all’Università di Aix-en-Provence e ora alla Sorbona, qui a Parigi.

Il suo sogno, specializzarsi nei diritti civili dei popoli. «Siamo qui prima di tutto per vicinanza nei confronti dei parenti delle vittime», dice Reza, «e poi per condannare tutti gli atti di terrorismo, quelli di Parigi e quelli accaduti in tutto il mondo, compreso il mio Paese. Ora ci aspettiamo che i governi, a partire da quello francese, facciano tutto il possibile per sconfiggere l’Is». Cosa si possa fare neppure lui lo sa bene - e a mezzogiorno Hollande non ha ancora annunciato di voler modificare la Costituzione - ma alla domanda alza il braccio e indica il portale d’ingresso della Faculte de Droit dove sono incise le parole Liberte, Egalite, Fraternite. «È in questi valori che ci dobbiamo tutti riconoscere»", dice, «è da questi valori che dovremo ripartire».

Parigi è una città che cerca di tornare alla normalità, a distanza di tre giorni dall’attentato di venerdì notte, una città dalla quale i turisti arrivati nel momento sbagliato non sembrano però intenzionati a scappare come dimostrano Valeria De Nobili e Manuel Volpato, marito e moglie di Mestre, atterrati domenica all’areoporto di Beauvais. «Non abbiamo notato controlli particolari in aeroporto», racconta la coppia, «e anche la città ci sembra abbastanza normale, a eccezione del viavai di sirene». Domenica sera, mentre stavano visitando Montmartre, sono stati però invitati dai poliziotti a tornare in albergo, per precauzione, a causa di un allarme bomba, rientrato dopo pochi minuti, nei pressi di Piazza della Repubblica.

La normalità si conquista a piccoli pezzi, l’allerta è ancora alta e la polizia invita a uscire solo se necessario. Rachid, 53 anni, tassista a Parigi da 25, è francese di origini algerine. «Ho una figlia di 24 anni, il più piccolo ne ha 17. Tra quei ragazzi morti al teatro, dove è morta la vostra connazionale, potevano esserci anche loro. Potrò esserci anch’io se un giorno mi troverò a bere un caffè con un amico nel posto sbagliato, con un matto che decide di tirare fuori il fucile. È successo da noi, ma non credo che il vostro Paese possa sentirsi sicuro».

Davanti al Bataclan Julien Baguette - «proprio come il pane», abbozza un sorriso - è arrivato avvolto in una bandiera francese. Il teatro di Boulevard Voltaire è, con piazza della Repubblica, il luogo dove i francesi arrivano, con un fiore, una candela, un messaggio di vicinanza. C’è chi ha posato per terra anche alcune copie di Charlie Hebdo, il giornale la cui redazione fu colpita dagli jiadisti a gennaio, qualcuno ha portato il Trattato sulla tolleranza di Voltaire. Julien invece è qui con la sua bandiera sulle spalle. «È stata una decisione istintiva, presa non da me, ma dalla mie mani. Avevo a casa questa bandiera, la usavo per le partite di calcio. L’ho messa sulle spalle e sono arrivato qui perché mi sembrava giusto esserci. I terroristi non ci fermeranno, adesso dobbiamo essere solidali, raccoglierci in preghiera, ma dobbiamo continuare a vivere questa città come facevamo prima», sostiene ancora Julien, «frequentando luoghi come il Bataclan, luoghi dove ci si trova con gli amici per bere una birra, ascoltare musica. Luoghi per essere felici. Forse è di questo che i terroristi hanno paura, delle felicità». Quella felicità dello stare insieme dei giovani parigini che cominciano, di nuovo, ad affollare bar e cafè di un lunedì non ancora invernale. Li vedi con i bicchieri in mano a riprendersi la vita, e hanno voglia di gridarlo a tutto il mondo, postando le loro foto sui social. Su twitter hanno lanciato l’ashtag JeSuisEnTerrasse, per dimostrare di non aver paura, e invitare tutti a riprendersi la città: anche questa è resistenza al terrorismo, a piccoli passi verso la normalità.

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