Precari cacciati dalla Provincia, sì a un milione di risarcimenti

La Corte di Cassazione chiude il caso dei dipendenti a tempo determinato mai stabilizzati: in 56 hanno diritto al pagamento di 10 mensilità più interessi a partire dal 2011 e spese legali
PESCARA. Hanno dovuto aspettare 12 anni e tre gradi di giudizio. Adesso, i 56 precari “storici” della Provincia di Pescara hanno finalmente per le mani la sentenza che aspettavano fin da 2011, anno del primo ricorso: nonostante le promesse ripetute della politica, furono mandati via nel corso del 2010 ma ora hanno diritto a un risarcimento di 10 mensilità, più gli interessi e la rivalutazione monetaria, oltre al saldo delle spese legali. A stabilire che erano irregolari le continue proroghe apposte ai contratti dei precari è stata la Corte di Cassazione: «La doglianza è infondata», recita la sentenza che ha bocciato il ricorso della Provincia, l’ultimo tentativo per non pagare quei dipendenti cacciati nonostante l’anzianità di servizio fino a 10 anni. La sentenza è definitiva: l’amministrazione del presidente Ottavio De Martinis non può più presentare altri ricorsi e deve pagare in pochi giorni. Per la Provincia, è una stangata da circa un milione di euro. Una vittoria per gli ex lavoratori, assistiti dagli avvocati Gabriele Silvetti e Valerio Speziale.
La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila: nessuno sconto alla Provincia che, adesso, è chiamata a indennizzare i suoi ex dipendenti. Fino al 2010, gli ex impiegati della Provincia (in prevalenza categorie contrattuali C e D) sognavano l’assunzione a tempo indeterminato: una speranza alimentata dalle promesse dei politici. Le rassicurazioni andarono avanti nel corso degli anni fino alla doccia fredda del 2010, quando, con l’amministrazione del presidente Guerino Testa, cambiò l’orientamento: dopo anni e anni passati al lavoro in Provincia e negli enti strumentali, ai dipendenti fu ordinato di lasciare gli incarichi. «Tutti a casa», così gridavano gli striscioni. Ambivano al posto fisso, quei lavoratori che per protesta indossarono anche le magliette nere con scritto «precario in scadenza».
Da quel momento via al muro contro muro giudiziario: in primo grado, gli ex precari hanno dovuto fare i conti con una sentenza sfavorevole. Nel 2015, il tribunale di Pescara ha avallato il comportamento della Provincia. Il quadro è cambiato in secondo grado: in Corte d’appello, nel 2017, le proroghe ai contratti sono diventate lo specchio di una condotta illegittima della pubblica amministrazione. Secondo i giudici aquilani, quei contratti equivalevano a un posto fisso e non tamponavano situazioni temporanee o di emergenza e la Provincia ha abusato di contratti a tempo. La Corte d’appello ha parlato di «notevole durata dei rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato (dal 29 settembre 2007 al 27 settembre 2010), cui va aggiunto il precedente lungo periodo di collaborazione coordinata e continuativa (dal 2001 al 2007)». Con l’ultimo ricorso, la Provincia ha contestato proprio la locuzione «notevole durata»: «Non potevano essere presi in esame, al fine di quantificare l’indennizzo dovuto, gli anni dal 2001 al 2007, durante i quali», dice il ricorso della Provincia, «i controricorrenti avevano instaurato con la pubblica amministrazione rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, trattandosi di prestazioni di lavoro non aventi natura subordinata». Non è andata così per la Cassazione.

