«Presidi, denunciate i bulli di Facebook»

22 Aprile 2015

Appello del comandante della Polpost alle scuole: «Fenomeno diffuso». Due casi scoperti negli ultimi mesi in provincia

PESCARA. Lo descrivono come «un fenomeno complesso psico-sociale che si sviluppa nel periodo adolescenziale e pre-adolescenziale all’interno dei gruppi scolastici»: è il cyberbullismo, il bullismo che si concretizza attraverso i nuovi canali di comunicazione che siano i social network tipo Facebook e la messaggistica istantanea come WhatsApp.

Negli ultimi mesi, in provincia di Pescara, come racconta il comandante della polizia delle Comunicazioni Elisabetta Narciso, ci sono stati due casi particolarmente gravi accomunati dal fatto che protagoniste della vicenda siano state sempre ragazzine delle scuole medie. In un caso, parliamo dell’estate scorsa, una ragazzina della scuola media è stata aggredita in spiaggia da tre presunte amiche che l’hanno aggredita verbalmente e fisicamente filmando il tutto e pubblicandolo su youtube dopo aver fatto circolare quelle stesse immagini su whatsapp. Insulti, strattoni, schiaffi attraverso cui si è concretizzata l’umiliazione che si è poi perpetrata, ai danni della stessa vittima, ad ogni visualizzazione di quel filmato.

Il secondo caso, più recente, riguarda ancora studentesse di scuola media, e sempre nella provincia di Pescara. In questo caso, un’amicizia negata sul web sarebbe diventata la causa scatenante della vendetta da parte delle coetanee della vittima, affrontata nel cortile della scuola con minacce, insulti e percosse e poi riavvicinata nei giorni successivi con la minaccia di non denunciare l’aggressione. Che le “cyberbulle”, invece, hanno pubblicato su Facebook con conseguenti commenti, insulti e ulteriori particolari dell’aggressione sulle bacheche dei loro profili.

Due casi denunciati dalle vittime, ma che non rappresentano fedelmente una realtà dove vicende del genere sono ben più numerose, come fa presente il comandante del comparto regionale delle Comunicazioni: «Il fenomeno esiste», puntualizza Narciso, «e il fatto che non sia molto denunciato non vuol dire che sia poco diffuso, anzi. Il problema è che non sempre le scuole denunciano fatti di cui comunque sono a conoscenza. Quando avvengono episodi di questo tenore, i dirigenti scolastici più che denunciarli ci invitano ad andare nel proprio istituto per una lezione generale ai ragazzi, senza però entrare nel caso specifico. Ma i dirigenti scolastici», conclude, «devono denunciare, perché i ragazzi devono sapere che cosa rischiano». Reati che variano dagli atti persecutori alle percosse, dalle ingiurie alla diffusione di materiale pedopornografico, nel caso dei selfie a sfondo sessuale, altro fenomeno diffusissimo tra i giovanissimi per scherzo o goliardia. «È vero che sono minori, ma vengono comunque denunciati», sottolinea Narciso, «in questo caso al Tribunale dei minori».

Un aumento di reati di questo tipo che portano dritti al cyberbullismo, con una diffusione che va di pari passo con la diffusione tra i giovanissimi di smartphone e tablet, come fa presente la polizia delle Comunicazioni alla fine della campagna “Una vita da social” che ha portato a intervistare in tutta Italia 15.268 ragazzi. (s.d.l.)

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