«Prima un boato e poi l’inferno Ovunque sangue, urla e polvere»

BRUXELLES. Scene di guerra nel cuore del quartiere europeo a Bruxelles. Sono le 9.10 del mattino quando un boato sale dal tunnel della stazione della metropolitana di Maelbeek, fa tremare la terra, i...
BRUXELLES. Scene di guerra nel cuore del quartiere europeo a Bruxelles. Sono le 9.10 del mattino quando un boato sale dal tunnel della stazione della metropolitana di Maelbeek, fa tremare la terra, i vetri dei palazzi ed i polsi dei numerosi impiegati che in quell’orario gremiscono l’area. La mente corre immediata alla duplice esplosione di un’ora prima, all’aeroporto di Zaventem. Ora anche il quartiere del Berlaymont e del Justus Lipsius, sede di Commissione e Consiglio Ue è sotto attacco. I primi superstiti emergono dall’uscita su rue de la Loi, sono allucinati, sanguinanti, ustionati. Si sente piangere, gridare. Una donna tiene per mano una bimba di tre anni che ha un braccio bruciato. Nel caos ha perso i genitori. Mamma e papà sono rimasti là sotto, nell’inferno della metropolitana saltata per aria, dove si procede a tentoni nell’oscurità, tra fumo, polvere e cadaveri.
«Non auguro a nessuno di vedere la scena che mi sono trovato di fronte io» all’uscita della metro di Maalbeek. «È stato terrificante». Massimo Medico, da San Cataldo (Caltanissetta), impiegato in una ditta che si occupa di logistica per conto della Commissione Ue a Bruxelles, trattiene a stento le lacrime. «Ero al lavoro in un edificio vicino a una delle uscite della metro quando ho sentito un grande boato e sono sceso in strada» con i miei colleghi. «Non erano ancora arrivati i soccorsi e abbiamo prestato il primo aiuto come potevamo», racconta ancora sotto choc. «C’era odore di bruciato. Persone ferite. Non posso dire le immagini scioccanti. Ho visto una bambina ustionata, con i capelli bruciati, uno dei miei colleghi la teneva in braccio. C’era anche una neonata, non credo fosse ferita», aggiunge Medico, ma la descrizione si inceppa. Le parole trovano difficoltà a farsi strada in mezzo alla commozione. «La gente urlava, piangeva, erano feriti, bruciati, con dolori dappertutto. Abbiamo cercato di metterli al riparo nel miglior modo possibile. Nel frattempo sono cominciate ad arrivare le ambulanze. Abbiamo dato una mano anche a loro, perché all’inizio erano pochi».
Anche Rodolph Devilles, uno dei colleghi di Medico, è stato tra i primi a portare soccorso. Ha una coperta sulle spalle. Sotto indossa solo la maglietta a maniche corte. «Questa coperta? Me l’hanno data i pompieri - spiega -. Giacca e maglione li ho usati per portare conforto ai feriti. Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto. La gente era impaurita, disorientata, anche parlare con loro era un modo per aiutarli».
Stesso choc per chi si trovava all’aeroporto. «Ero al Terminal A, in transito, quando all’improvviso ha visto un sacco di gente che si alzava, d’impulso, e correva, in preda alla paura, abbandonando borse e bagagli: ho capito così che eravamo sotto attacco. Poco dopo c’è stato dagli altoparlanti l’annuncio di evacuazione». Gianfranco Belgrano, direttore editoriale di InfoAfrica, mezz’ora dopo il micidiale attentato all’aeroporto Zaventem di Bruxelles era con moltissime altre persone radunate dai servizi di sicurezza sull’asfalto della pista dello scalo, scosso e in attesa di sapere dalle autorità cosa fare. «La situazione è confusa. Siamo in migliaia e siamo in mezzo agli aerei abbandonati in fretta dai passeggeri, che hanno lasciato a bordo le loro giacche, le valige. E poi ci sono mezzi della polizia, dei vigili del fuoco», ha raccontato al telefono. «Quando ci sono state le esplosioni era l’ora di punta per l’aeroporto. Tutti i gate erano pieni. La gente era pronta a imbarcarsi, ma ha capito subito che si trattava di un attentato terroristico e tutti hanno cercato di mettersi in salvo», ha detto ancora Belgrano, con la voce che al telefono giungeva a tratti, interrotta dalla sirena di uno dei mezzi di soccorso. «La polizia ha poi rapidamente sigillato alcune aeree dello scalo e ha creato un percorso sicuro verso il gate 30 da dove ha poi fatto uscire sulla pista tutte le persone da evacuare dall’interno dell’edificio», ha raccontato infine.
Nei minuti subito dopo l’attentato qualche aereo è però riuscito a partire. Tra di essi anche uno diretto a Fiumicino, di cui uno degli steward ha poi raccontato, con la voce ancora tremante, di essere «vivo per miracolo: ho ancora le gambe che mi tremano»: «Proprio nel momento del decollo abbiamo sentito le esplosioni. Sono passato nell’area coinvolta dalle esplosioni solo qualche minuto prima. Siamo terrorizzati», ha detto una volta raggiunto lo scalo romano.

