Pronto soccorso, il prelievo nella sala d’attesa

15 Giugno 2016

Foto rubata, il primario Albani: dimostra gli sforzi del personale, che lavora in condizioni pazzesche

PESCARA. È una foto “rubata”, quella pubblicata a sinistra, che racconta le condizioni in cui sono accolti i pazienti del pronto soccorso ma anche, e soprattutto, le condizioni in cui è costretto a lavorare il personale del pronto soccorso dell’ospedale civile pur di agevolare i pazienti ed accorciarne le infinite attese. È una foto rubata da chi, ieri mattina, ha assistito all’inconsueta pratica dell’infermiera nei confronti della paziente che per il prelievo non è stata fatta accomodare su un lettino e non è stata in qualche modo coperta, nel rispetto della privacy. Eppure, a differenza di quanto polemizzato dal lettore che ha scattato la foto, è un’immagine che, come ribadisce il primario Alberto Albani, racconta delle condizioni al limite in cui si lavora nel reparto da centomila accessi l’anno (terzo in Italia)e che lui dirige da 16 anni: «Sto assolutamente dalla parte dell’infermiera, mi sento di difenderla pur sapendo che, da un punto di vista deontologico e professionale non sono quelle le condizioni in cui andrebbe fatto un prelievo. Ma questo, al contrario, dimostra gli sforzi quotidiani del personale che cercano in tutti i modi di andare incontro ai pazienti, nonostante le condizioni pazzesche in cui deve lavorare. Questa mattina (ieri ndr) le sale erano tutte occupate e al pronto soccorso c’era un caos pazzesco. Pur di dare una risposta alla paziente in tempi utili l’infermiera è intervenuta, ma in ogni caso in una sala protetta e non nella sala d’attesa principale del pronto soccorso. La sala d’attesa interna del laboratorio 5 che comunque si ritiene protetta se non fosse che, contrariamente alle regole che cerchiamo di imporre, s’intrufolano di continuo persone, parenti dei pazienti, che evidentemente non trovano niente di meglio da fare che scattare foto a chi lavora con senso del dovere e spirito di sacrificio».

(s.d.l.)

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