Protestano i ristoratori del Colle: qui niente movida, fateci lavorare

Montesilvano in zona rossa a San Valentino: scoppia la rabbia dei titolari delle trattorie del Borgo «Incassi azzerati per le feste, ma non abbiamo gli affollamenti di Pescara: perché ci fanno chiudere?»
MONTESILVANO. «Per colpa della movida pescarese, siamo penalizzati anche noi che siamo ai Colli di Montesilvano, nel borgo amato dagli stranieri dove non ci sono mai affollamenti e tanti spazi all'aperto. Qui siamo su un'isola felice: perché dobbiamo tenere le attività chiuse? Abbiamo già dimezzato i clienti a causa dei distanziamenti, cancellato le prenotazioni per i pranzi delle festività e azzerato gli incassi: il lockdown non può essere uguale per tutti».
INCASSI AZZERATI Scoppia la protesta dei ristoratori del Borgo Autentico d'Italia, 800 anime raccolte sulle colline che dominano Montesilvano spiaggia con uno skyline mozzafiato, che fino al 27 febbraio dovranno tenere serrate le attività in ottemperanza all'ordinanza regionale di ritorno in zona rossa, a partire da domenica scorsa. «Tra apri e chiudi, in un anno di pandemia, gli incassi sono crollati dell'80%, attacca Marco Iezzi, rosetano, titolare da 10 anni del ristorante "Borgo d'oro" in piazza Giardino, «con le restrizioni siamo aperti a pranzo ma qui la gente è abituata a venire di più a cena. Gli incassi di San Valentino sono saltati, ho dovuto mandare un messaggio di disdetta alle 6 coppie che si erano prenotate e per fortuna che avevamo rimandato parte della spesa all’ultimo momento, proprio per timore di qualche provvedimento amministrativo che ci potesse far saltare tutto e così è stato. E pensare che abbiamo investito ingenti somme su un condizionatore di ultima generazione per eliminare i batteri. Ho ricevuto 3mila euro di ristori in un anno, ma pago 600 euro di affitto al mese. Solo le tasse non si bloccano mai. Ci hanno fatto chiudere all'ultimo momento, con un solo giorno di preavviso sulla zona rossa, ma di questo passo chiudiamo tutti».
ADDIO PRENOTAZIONI Mario Frattarola è alla guida della Locanda "La Volpe e l'uva" (32 coperti col Covid, 65 in regime di normalità) in piazza Umberto I° da poco tempo rilevata con i soci Daniela Pietrolungo, Nives Di Pietropaolo e Pierluigi Piccari. «Già aprire un locale in pieno lockdown, a marzo, è stato un atto di coraggio da parte nostra», rileva il ristoratore, «comprendiamo le esigenze legate allo stato di emergenza sanitaria, ma ci fanno chiudere a ridosso di una festività e ce lo dicono il giorno prima? Avevamo già fatto gli approvvigionamenti di alimenti, soprattutto ravioli e dolci, per il pranzo di San Valentino, invece abbiamo dovuto respingere 30 prenotazioni. Per noi è un durissimo colpo. Dall'inizio dell'anno siamo rimasti aperti tre giorni, sabato abbiamo dovuto smaltire gran parte del cibo, il resto saremmo costretti a mangiarlo noi», ironizza il ristoratore, «qui da noi l'asporto non funziona e tenere un locale aperto per incassare 20 euro al giorno non è pensabile. Abbiamo spazi a volontà e poca gente, perché dobbiamo pagare anche noi per colpa della movida pescarese?».
LICENZIAMENTI «Questa violenza chi ce la paga?» taglia corto Roberto Di Marco, gestore del ristohotel Br1 (titolare Bruno Peca), 32 coperti contro i 70 regolamentari, «abbiamo acquistato 2mila euro di pesce per la festa degli innamorati e cancellato 35 prenotazioni. A malincuore nell'ultimo periodo abbiamo licenziato 5 dipendenti perché sono finiti i tempi in cui il borgo si riempiva di stranieri, provenienti dall'Australia, Nuova Zelanda, inglesi e tedeschi. Il mondo ci invidiava la pace di questo luogo, oggi siamo a chiedere i ristori al governo. Che ci facciamo con 6mila euro in un anno se ci tolgono Natale, Capodanno, Pasqua e tutte le altre feste?».

