Puntavano all’arsenale dell’architetto collezionista

23 Dicembre 2014

Tutto era pronto per rubare 21 fucili e una pistola da una casa in centro a Pescara Sarebbero serviti per assaltare centri commerciali, i carabinieri sono arrivati prima

PESCARA. Si preparavano a rapinare i supermercati tra Pescara e Montesilvano i componenti della banda di ultradestra che faceva capo, secondo l’accusa, all’ex carabiniere Stefano Manni, attualmente disoccupato come di fatto molti dell’organizzazione.

Per realizzare il loro progetto xenofobo e razzista hanno bisogno di soldi e per questo decidono di assaltare sotto le feste di Natale centri come l’Md e l’Eurospin di Montesilvano dove vanno a fare i soprallughi partendo sempre dal parcheggio dell’Oasi di Montesilvano. Ma prima dei soldi Manni e i suoi sanno che servono le armi, che loro non hanno. Manni, come risulta da un’intercettazione, propone di rapinarle ai vigili urbani («a Pescara i vigili urbani girano armati, ti metti dietro ad un angolo, li pesti in 10 secondi e gliele togli (le armi), e così le abbiamo trovate») ma, dice ancora l’ex carabiniere, «si può fare una sola volta».

«Dobbiamo individuare qualcuno che va a caccia e rubargli le armi», propone ancora Manni ed ecco la proposta di Emanuele Lo Gande Pandolfina, 63 anni, siciliano di origine ma da anni residente a Pescara, in via Trigno che risulta anche sede della sua attività di installazione di impianti idraulici: «Io ce l’ho, ce ne ha 15 ed è pure un bocca aperta».

L’obiettivo, come ricostruiscono i carabinieri, è un architetto che abita in via Chieti, a Pescara, con la passione per le armi. A Lo Grande risulta che il professionista, che lui ha aiutato in alcuni lavori edili, ne abbia 15, anche se poi emergerà che sono 21 fucili da caccia, tutti nuovissimi e ben tenuti, e una pistola. Ai suoi complici Lo Grande descrive le abitudini del collezionista, dove abita e con chi: l’anziana madre. Il piano, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, è che Lo Grande avrebbe fatto allontanare con una scusa il collezionista da casa mentre due donne, presumibilmente l’aquilana Monica Malandra e Ornella Garoli, residente a Gorizia, si sarebbero fatte apriredall’anziana mentre l’aquilano Piero Mastrantonio e Manni entrano a prendere le armi. Il tutto mettendo anche in conto l’ipotesi di immobilizzare l’anziana legandola e imbavagliandola. Il piano era pronto, ma i componenti della banda non sapevano di essere intercettata. Sono proprio i carabinieri del comando provinciale di Pescara, coordinati dal colonnello Paolo Piccinelli ,che il 3 dicembre si presentano nell’appartamento di via Chieti per un accertamento amministrativo sulle armi. Il proprietario delle armi è in regola su tutto, ma non ha l’armadietto blindato per la custodia delle armi, elemento sufficiente ai militari per togliere di mezzo quell’arsenale nelle mire degli aspiranti rapinatori. È lo stesso collezionista che a Lo Grande racconta del sequestro rivelandogli che gli avrebbero restituito i suoi fucili dopo dieci giorni. La banda decide allora di aspettare, ma anche questa volta arrivano prima i carabinieri.