«Quando ho visto il “fungo” in centro ho pensato: è finita»

6 Aprile 2019

L’AQUILA. È stato sindaco dell’Aquila dal 2007 al 2017, deputato nel 2001 e 2006, poi eletto sindaco con oltre il 53% dei voti al primo turno. Massimo Cialente, di professione dirigente medico, è da...

L’AQUILA. È stato sindaco dell’Aquila dal 2007 al 2017, deputato nel 2001 e 2006, poi eletto sindaco con oltre il 53% dei voti al primo turno. Massimo Cialente, di professione dirigente medico, è da poco in pensione.
Dottor Cialente, il suo ricordo, quello che la notte non la fa dormire tranquillo.
«Ricordo il risveglio improvviso con la scossa, ho cominciato subito a gridare il nome dei miei figli, ho pensato agli altri della famiglia, a mia moglie Donatella, a mio padre, mia suocera. Uno dei figli, il più piccolo, era in gita di terza media a Como. Quando è ripartita la seconda scossa ho pensato che fosse finita. Mi ha impressionato l’ineluttabilità e l’impotenza, avere a che fare con qualcosa dalla quale non puoi difenderti».
Il suo più grande errore?
«Il rammarico delle casette private, un problema che c’è sfuggito di mano, non mi cala. Molti aquilani sono stati scorretti. La delibera era chiarissima, invece c’è gente che si è costruita la villa. Questa cosa dovrà essere risolta. Oggi chi l’ha venduta, chi l’ha affittata».
Era sveglio prima della scossa?
«Ero crollato, perché dopo la vicenda di chiudere o non chiudere le scuole, ero talmente stanco e stressato che mi sono addormentato con la abat jour accesa. E l’ho visto: il fungo della città, arancio, un fungo atomico. Mia suocera ricorda che io gridavo “L’Aquila è finita”».
Sapeva di essere ancora il sindaco della città?
«Nel momento in cui i miei scappavano, io ebbi il tempo di aprire l’armadio e prendere una camicia pulita, perché ho detto: sono il sindaco. Tirai fuori il camper e feci salire tutta la famiglia, ma la strada era piena di macerie. Riuscii ad arrivare a San Sisto, dove c’era lo spiazzo di raccolta. Mentre guidavo, sentivo il terreno cedere».
Chi ha sentito per primo? «Una delle prime persone Pierpaolo Pietrucci, che era il mio capo di gabinetto. Poi sentii papà e poi Gianni Chiodi, che mi chiese la situazione e gli risposti che L’Aquila era finita. Allora mi disse che sarebbe arrivato subito e gli consigliai di non prendere l’autostrada, ma una campagnola dei carabinieri e percorrere la statale. Poi telefonai a Bertolaso. Ho rivisto la mia famiglia dopo due giorni, per convincerli ad andare sulla costa. Mio padre Umberto andò a Torino, dalla sorella Bice. Non riuscii neppure a salutarlo».
Come ha affrontato le prime emergenze?
«Ho fatto annullare la delibera Opcm (quella che toglieva tutte le funzioni al capoluogo di regione, compresi i dipendenti, lasciando solo il Comune) ed è stata la chiave di volta: se fosse passata quella sarebbe stata veramente la fine dell’Aquila. Ho detto sì al Progetto Case, ho fatto riaprire le scuole subito. A maggio 2015 nelle periferie avevamo rimesso nelle loro case 43mila persone. Hanno fatto partire la ricostruzione del centro a marzo 2013. Quello che non cammina è la ricostruzione pubblica, le scuole».
Poteva fare di più?
«Avrei dovuto trovare la forza, gli appoggi politici per ottenere maggiore velocità nella ricostruzione pubblica. Per l’ospedale, quando Chiodi prese i soldi dell’assicurazione (stipulata dall’allora manager Roberto Marzetti, per 50 milioni di euro, ndr) per riassettare la sanità pubblica».
Ha ricevuto minacce dalla malavita organizzata?
«Ci sono stati molti più segnali negativi con le “cene sulla costa”, la storia di mia moglie, di mia cognata. Non solo non erano vere, ma erano state organizzate a Roma. Quando lo scontro si è fatto duro – anche con l’istituzione deviata – ho avuto paura che potessero fare male ai miei figli».(v.p.)
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