Quando si arriva ad ammazzare per una parola di troppo

18 Settembre 2017

Ora sappiamo che la mafia non c’entra. Ma non per questo motivo il delitto di Montesilvano fa meno paura. Scoprire, in una notte di fine estate, che anche una parola di troppo può costare la vita è...

Ora sappiamo che la mafia non c’entra. Ma non per questo motivo il delitto di Montesilvano fa meno paura. Scoprire, in una notte di fine estate, che anche una parola di troppo può costare la vita è infatti davvero preoccupante. Morire con una fucilata in faccia per un’offesa ci riporta alle regole del Far West. L’offesa punita con la morte: c’è un disvalore, una sproporzione, tra causa ed effetto. In via Verrotti è accaduto questo. L’altro è tornato a casa, ha afferrato un fucile da caccia, lo ha caricato ed è andato a vendicarsi. Un’esecuzione spietata, messa in atto con la freddezza e la ferocia di un killer della mafia, della camorra o della ’ndrangheta. Il killer ha premuto il grilletto ed ha centrato in pieno volto la vittima, Antonio Bevilacqua, 21 anni, un giovane colpevole solo di aver pronunciato quell’offesa. Quanti delitti di mafia si sono consumati per una parola di troppo? Qualcuno, a questo punto, può ricordare anche una delle scene di sangue più cruente del Padrino quando Robert De Niro fredda, con un proiettile in volto, sparato sulla porta di casa, il boss napoletano del quartiere, Gastone Moschin. Anche il giovane rom è morto così. Ma non siamo di fronte a un boss di Cosa Nostra e al suo rivale. E’ un assassino della porta accanto che si mostra su facebook come una persona apparentemente normale, impegnata nel lavoro di pizzaiolo oppure in sella a una moto. Ama le armi, è vero, e posta una foto mentre impugna un fucile, che non è quello usato per il delitto. Ma non è un capo della criminalità organizzata. Così preoccupa e fa paura che una cosa del genere possa accadere a Montesilvano, a Pescara o altrove in Abruzzo. Solo per una parola di troppo. (l.c.)