«Quanto era bella Marisol... L’ultima volta che l’ho vista era sommersa dalla polvere»

26 Agosto 2016

Parla Massimiliano Piermarini: la sua bimba di 18 mesi simbolo del dramma di Arquata La madre era andata via dall’Aquila. «Siamo caduti dal terzo piano, lei non respirava più»

ASCOLI PICENO. «Le sue manine me le sento addosso, la sua voce è vicina. Piccola mia. Non ce la faccio a immaginarti sotto calcinacci e polvere. Voglio tirarti su, voglio stringerti...». Le parole di Massimiliano Piermarini si infrangono contro una smorfia di dolore e lacrime. Lui è il papà di Marisol, la bimba di 18 mesi deceduta sotto le macerie di Arquata e diventata un simbolo di questo terremoto.

Massimiliano, veterinario di Ascoli, è ricoverato nell’ospedale Mazzoni. «Sto bene», dice, «a parte qualche tumefazione e la sensibilità che ho perso del piede destro». La compagna, Martina Turco Sciasciara, è invece ricoverata alle Torrette di Ancona. «L’ho sentita al telefono», racconta, «sta meglio, abbiamo pianto insieme. Mi ha chiesto “che cosa facciamo adesso che Marisol non c’è più?”. Le ho risposto che siamo giovani, che andremo avanti. Come, non lo so...».

Si lascia andare Massimiliano. Seduto su una sedia a rotelle, con la flebo al braccio e la costante assistenza di infermieri, psicologi e parenti. Qui il “suo” dramma è già diventato di tutti. Qui Marisol è “la bimba del terremoto”.

E poi c’è anche la drammatica coincidenza della mamma, Martina – scampata al sisma del 2009 dell’Aquila, trasferita ad Ascoli, e vittima delle scosse di Arquata dove si trovava in vacanza con la famiglia – a rendere questa storia così incredibile.

Massimiliano sembra pensarci con lo sguardo nel vuoto. Accanto c’è anche don Juan, il parroco di Colla Sassa e Sassa (frazioni dell’Aquila) che aveva battezzato Marisol. Soltanto diciotto mesi fa: «L’abbiamo chiamata così perché il mare e il sole sono le cose che ci piacevano di più. Quanto sorrideva! Era una bimba solare, poche volte diceva sì e tante volte no», è il ricordo che scuote questo ragazzo già segnato dalla vita.

C’è una foto che lo ritrae al ristorante con la figlia in braccio. E che apre altri varchi nella memoria: «Mangiava tutto, era tranquilla. Le piacevano anche gli arrosticini, ne era talmente ghiotta che leccava lo stecchino... ».

E poi le serate trascorse insieme davanti alla tv vedendo i suoi cartoni animati preferiti («gli orsetti e gli animali in genere»), oppure quei magici momenti in cui la bimba ripeteva da sola le parole “mamma” e “papà” per la prima volta.

Massimiliano si interrompe di colpo. Gli domandiamo di quella notte, che cosa è successo, che cosa ricorda. «Eravamo andati a letto insieme, saranno state le 23, 23,30», accenna rivoltando lo sguardo verso il basso: «Una serata come tante, io ero anche tornato presto ad Arquata da Ascoli perché avevo fatto una visita di lavoro lì vicino. Martina e Marisol mi hanno aspettato come sempre nella casa di famiglia dove trascorriamo le vacanze. Ci siamo addormentati tutti e tre nella camera al terzo piano sul letto grande, con la bimba in mezzo. Ce l’abbracciavamo. E poi, è successo».

Che cosa? «Si è mossa tutta casa, le pareti sono andate avanti e dietro e sotto il letto si è aperta una voragine nel pavimento. Ci siamo cascati, finendo al secondo piano sommersi da sassi, polvere. Ricordo che ho coperto Martina e Marisol perché il letto si era inclinato dalla parte loro. Siamo rimasti così per alcuni minuti. Dev’essere arrivata un’altra scossa, ci siamo mossi e siamo di nuovo stati travolti dai calcinacci che ci hanno fatto cadere più in basso. E se prima la polvere mi arrivava fino allo stomaco, dopo ne ero sommerso fino all’altezza degli occhi. Sotto di me c’erano loro, eravamo intrecciati con le gambe».

Alle 4,35 il padre di Massimliano li ha trovati così tra le macerie. «Appena ho appreso la notizia del terremoto in televisione, sono partito da Ascoli e sono andato a cercarli con una torcia», ricorda consentendo al figlio di riprendersi dall’ennesimo singhiozzo.

Attimi terribili. Il giovane veterinario aggiunge che c’era un masso in particolare a forma di spigolo che lo schiacciava e non lo faceva muovere. «Mio padre e un altro ragazzo non ce l’hanno fatta a togliermelo di dosso, i vigili del fuoco sono arrivati quasi subito. Marisol era sfinita, non riusciva a respirare, vedevo il suo visetto coperto dalla polvere. Ho gridato “l’ossigeno, datele l’ossigeno...”». Alle prime luci dell’alba, in sette-otto sono riusciti a sollevare quel masso e a raggiungere la bambina. «Prima lei, poi Martina, quindi io. Devo dire grazie. Grazie a tutti», conclude Massimiliano. Che ora piange tra le mani di don Juan.

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