Quei medici chiamati eroi che non hanno il contratto

A un mese di distanza dalla protesta davanti all’assessorato niente è cambiato Lettera dei dottori del 118 ai presidenti dell’Ordine: adesso serve un segnale forte
Lo scorso 16 novembre i medici convenzionati del 118 delle quattro Asl abruzzesi tennero un sit-in a Pescara davanti la sede dell’assessorato alla Sanità per protestare contro la decisione della Regione Abruzzo di escluderli dalle premialità concesse a tutti gli altri dipendenti del settore sanitario - amministrativi compresi - per il lavoro portato avanti nel periodo del lockdown di primavera a causa dell’emergenza pandemica. Le rivendicazioni, a dire il vero, andavano oltre la situazione contingente legata al Covid e non erano solo di tipo economico, ma riguardavano anche il riconoscimento di diritti negati da anni, come quelli alla malattia e all’infortunio.
A un mese di distanza da quella mobilitazione, non è cambiato nulla: le risposte promesse dalla Regione non ci sono state né sulle indennità Covid né sugli altri aspetti contrattuali. Per questo motivo, i medici convenzionati hanno deciso di tornare a far sentire la propria voce scrivendo una lettera ai quattro presidenti provinciali dei propri ordini professionali, chiedendo loro di dare un «segnale forte» in virtù del principio secondo cui «tra i compiti degli ordini c'è quello di dirimere le controversie tra il Sistema sanitario nazionale e le categorie professionali». «Ci vediamo costretti a reclamare attenzione su problemi e contraddizioni, presenti ormai da troppi anni, che riguardano il nostro contratto di lavoro», si legge nel documento. «Una situazione che ci fa vivere un profondo senso di ingiustizia, esacerbato in modo evidente dall’attuale pandemia che da mesi stiamo gestendo, insieme alla sanità tutta, con impegno e competenza. Riteniamo che l’attuale contratto cui siamo legati appaia ormai decontestualizzato rispetto ai nostri compiti e agli accresciuti bisogni di un soccorso territoriale che chiede sempre più interventi qualificati e non limitati al semplice “Carica e vai!”».
I medici parlano di un «soccorso profondamente mutato rispetto agli anni precedenti, che ha visto una sempre maggiore integrazione con l’ospedale. Ne è un esempio il trasporto dei pazienti con patologie tempo dipendente (per esempio l’infarto miocardico e l’ictus) verso l’ospedale più adatto (Hub) e non quello più vicino (Spoke), e non solo dal territorio all’ospedale, ma anche da ospedale ad ospedale. Il contratto di lavoro non ci riconosce il diritto alla malattia e all’infortunio, perché regolamentati da polizze assicurative private che liquidano le competenze al termine della malattia, lasciandoci scoperti per tutta la sua durata. È evidente, quindi, come tutto ciò renda obsoleta la nostra condizione, poiché ci ingabbia dentro il livello basico di medico soccorritore, precludendo così le nostre legittime istanze di avanzamento di carriera e di ulteriore integrazione nel Dea (Dipartimento di emergenza e accettazione, ndc), presso cui siamo certi di poter esprimere pienamente la nostra utilità».
Le opportunità negate ai medici convenzionati, continua la lettera «sono al contrario concesse ai medici dipendenti. Crediamo di avere accumulato nel tempo una tale esperienza da avvertire ormai l’esigenza di emanciparci dalla pura e semplice assistenza primaria e dalla continuità assistenziale, in quanto è evidente come i compiti, gli obblighi contrattuali e le modalità di svolgimento del servizio sono divenute oggi completamente diverse. Perché noi medici convenzionati, pur operando nelle stesse difficili condizioni, siamo privati dei diritti di cui invece godono i nostri colleghi dipendenti? Il lavoro e l’esposizione al contagio sono gli stessi e allora perché non permetterci la transizione verso una nuova e più equa condizione di dipendenti Asl, come è stato fatto in passato attraverso l'applicazione del decreto legislativo 502 del 1992? Chiediamo», concludono, «un segnale forte che fughi ogni dubbio sulla posizione del nostro ordine riguardo ai percorsi presenti o futuri da seguire per realizzare la nostra aspirazione circa la dirigenza medica, attraverso il transito alla dipendenza nella rete del Dea».

