Quel “leader illuminato” che salvò Fiat e Chrysler: 5 anni senza Marchionne

Il suo compagno di banco alle elementari: «Era il migliore di tutti» Ma soltanto Atessa e Fossacesia gli hanno intitolato delle strade
CHIETI. Sono esattamente cinque anni, oggi, che Sergio Marchionne non c'è più. Condottiero, "leader illuminato" come lo ha definito il presidente di Fca e nipote di Gianni Agnelli, John Elkann; il teatino testardo che amava la sua gente e il suo lavoro, umile, nonostante tre lauree e l'ammirazione di due presidenti degli Stati Uniti d'America, Barack Obama, con cui scrisse nella storia l'accordo che salvò la Fiat e la Chrysler dalla sparizione, e del tycoon Donald Trump che non ha mai nascosto la sua stima, definendolo il suo "manager preferito". Marchionne è nato a Chieti il 17 giugno del 2004, da papà Concezio, maresciallo dei carabinieri, e Maria Zuccon, profuga d'Istria, casalinga che emigrò in Canada con tutta la famiglia e Sergio che aveva 14 anni, per seguire il marito. Una famiglia "bene" per la Chieti dell'epoca, di gente volenterosa, colta, che non ha mai avuto le mani in mano e che ha sempre inseguito il sogno di una vita migliore. E che Sergio fosse un predestinato lo si vedeva già dai banchi di scuola.
«Era intelligentissimo», dice di lui il suo compagno di banco e amico d'infanzia, Luciano Gentile, «era il migliore di tutti, tanto che il maestro, Antonio Viola, lo fece capoclasse». Erano in 35 in quella classe della scuola Nolli. Tutti maschi visto che c'erano le classi separate, e con i sogni dei bambini degli anni '60: il calcio, la fetta di pane e pomodoro, gli spaghetti al sugo, le scorribande fuori casa. «Giocavamo alla Civitella, in quello che oggi è diventato lo Stellario», ricorda Gentile, «Sergio già da allora amava il calcio e la Juventus e il pomeriggio andavamo a far merenda o a casa mia o a casa sua». A scuola il piccolo Marchionne già si distingueva. «A quei tempi i maestri erano di poche parole», dice ancora Luciano, «non è che lo elogiasse davanti a tutti, non si usava. Ma si vedeva che lui era quello che avrebbe fatto qualcosa di grande, lo sapeva il maestro che lo voleva sempre vicino a lui e lo sapevamo noi che lo guardavamo con ammirazione. Eppure lui non era un borioso, ci passava dei suggerimenti, ci faceva copiare, era un leader, già da allora. L'ho rivisto nella sua Chieti nella processione del Venerdì santo dove suono. Non potevamo parlarci, ma con gli sguardi ci siamo detti tutto: era come esser tornati bambini».
All'Abruzzo Marchionne è rimasto sempre legato. Uno di quei nodi alle viscere dei ricordi che nessun ruolo, anche in cima alla cima dei manager del mondo, può far dimenticare. Nel 2013 all'Aquila, insignito del premio Aprutium della Regione che decora gli abruzzesi illustri disse «qui ho imparato a vivere». E l'Abruzzo lo ricordava sempre nei suoi viaggi, nei suoi discorsi, in un parallelismo funambolico globo-piccolo mondo antico, che però gli è valso tutto quello che ha conquistato e saputo conquistare nella sua vita da manager ai massimi livelli. «Gente tosta», diceva degli abruzzesi, «che sanno rialzare la testa, che non perdono tempo a lamentarsi, ma fanno, producono, ricostruiscono».
«Un uomo pratico, determinato e allo stesso tempo umile», lo ricorda suo cugino Paolo Sablone, «intelligentissimo, come tutti in famiglia del resto. Sergio ha sempre fatto quello che voleva fare ed è sempre stato molto brillante negli studi. Ma in famiglia era uno di noi, alla mano. Parlava abruzzese, gli piaceva "a magnà"».
«Una volta», ricorda Sablone in risposta al perché di quei pullover scuri tutti uguali, «ho chiesto alla compagna di che marca fosse il suo pullover perché io ne avevo preso uno della Ferrari in cachemire molto costoso. Mi ha risposto che non aveva una marca, Sergio ne comprava a dozzine, non aveva tempo di cambiarli o rammendarli, usava sempre quelli dello stesso colore perché non gli interessava apparire». Eppure, come per Steve Jobs e il suo maglioncino nero a collo alto, anche il pullover scuro di Marchionne è diventato un marchio, un segno distintivo, un dettaglio che di lui invece raccontava tutto. «Il manager», diceva Marchionne a suo cugino Paolo, «è sempre solo, ed è solo lui che deve prendere le decisioni».
«Ho incontrato Sergio Marchionne due volte», ricorda Antonio Viggiano, direttore del personale dello stabilimento dei furgoni commerciali leggeri Stellantis Europe Atessa, «e sono stati due esperienze di grande spessore. Marchionne era una persona di grande valore, umano e professionale. Umanamente è stata una esperienza che mi ha arricchito molto. Soprattutto la prima volta, quando ero direttore di stabilimento a Termoli e seppi del suo arrivo a sorpresa appena dieci minuti prima».
«Mi ha subito messo a mio agio», rammenta Viggiano, «ascoltandomi e senza mai mettermi in difficoltà. Ha voluto incontrare subito i dipendenti. Mi ha detto "andiamo in officina che voglio conoscere le persone". Marchionne amava il contatto umano e contrariamente a come lo si è descritto anche la gente lo amava. Era proprio una persona che meritava di essere conosciuta, legatissimo alle sue origini. Quando veniva qui parlava dell'Abruzzo e del Molise, sapeva che le decisioni che prendeva avrebbero avuto conseguenze anche sulla "sua" gente e ogni volta era emozionato, lo si vedeva dagli occhi e dai discorsi che faceva». In Abruzzo due strade portano il suo nome. A Fossacesia, in contrada Sterpari, il sindaco Enrico Di Giuseppantonio ha voluto omaggiarlo con tanto di cerimonia. E ad Atessa, cuore pulsante dell'Abruzzo automotive, proprio grazie alla Sevel (oggi Stellantis Europe Atessa) tanto amata da Marchionne, con circa 5mila dipendenti diretti e almeno il doppio nelle fabbriche dell'indotto su iniziativa del sindaco Giulio Borrelli. Poco altro nella sua amata Chieti e nel resto dei suoi luoghi d'infanzia. Ma i grandi uomini sanno restare indelebili nei cuori della gente prima ancora che sulle targhe.
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