Quelle urla per avere aiuto rimaste tutte inascoltate

Le ultime ore vissute nel resort, prima della valanga che uccise 29 persone
PESCARA. Qualcuno forse ha creduto che bastava far sparire un pezzetto di carta, quello con il numero della chiamata fatta da Gabriele D’Angelo alla prefettura la mattina del 18 gennaio, per lavarsi la coscienza e cancellare la voce di Rigopiano e dei 29 condannati a morte.
Ma da là, da quella prigione di neve e lusso, quel mercoledì di tre anni fa non fu solo il cameriere di Penne a fare il diavolo a quattro per farsi sentire. Quel giorno, da quell’albergo ai piedi della montagna che già tremava per le scosse di terremoto, sono partite decine di messaggi whatsapp, di video, di audio, di foto. Non si poteva non sapere di Rigopiano e dei suoi prigionieri. E anche la storia del “tanto stanno al caldo”: e allora perché erano disperati e se ne volevano andare? Fino all’ultimo, lo raccontano i loro messaggi, hanno sperato e perfino finto di sperare, tanta era la paura di non tornare. E così è stato. In 29, su 40, non sono usciti vivi da lì.
PRIMO ALLARME. Dall’alba di quella mattina ha cominciato Roberto Del Rosso, il gestore dell’albergo, a sollecitare la pulizia della strada, mentre il manutentore Fabio Salzetta era già dalle cinque sul bobcat a pulire il piazzale dalla neve che continuava a calare. Dalle 5 e mezza Del Rosso è in contatto con il responsabile della pulizia delle strade, ma i telefoni restano isolati e poco dopo le sei, via whatsApp, Del Rosso sveglia la moglie, le dice che ci sono due metri di neve e le gira quel numero di telefono: deve riferire al responsabile delle strade che può parlare con lui via whatsapp, i telefoni non prendono più. Ma poco più tardi la risposta che viene riferita a Del Rosso è che hanno un mezzo in meno, che è bloccato a Vestea, e che stanno contattando la Provincia per la turbina. Non sono neanche le sette di quel 18 gennaio e l’emergenza è già stata segnalata: la strada è bloccata.
LA TELEFONATA. Ma l’emergenza diventa caos dopo la prima scossa, alle 10,32. A chiamare come può, a sollecitare l’evacuazione dell’albergo ancor prima della scossa è anche Gabriele D’Angelo il cameriere del resort, volontario della Croce Rossa di Penne. Quei posti li conosce bene Gabriele, e quella mattina si rende conto che è diverso dal solito, come scrive alla fidanzata Giuly già poco prima delle 8: «È peggio dell’altro volta. Siamo arrivati quasi a tre metri». Per questo Gabriele inizia a chiamare gli amici della Croce Rossa fino a far scrivere sul brogliaccio della Coc di Penne il suo nome con la richiesta di evacuazione dell’hotel, mente lui stesso continua a chiamare la Prefettura fino a che, alle 11.38, l’ora della telefonata fatidica fatta sparire (e scoperta dai carabinieri forestali poco più di un anno fa avviando il secondo filone di inchiesta sul depistaggio), Gabriele riesce a dire finalmente, con la sua voce, tutto il disastro che c’è lassù. Il disastro sono le scosse di terremoto, i clienti terrorizzati e le macchine tutte in fila davanti al muro di neve che li tiene prigionieri. Ce ne vogliamo andare, dice Gabriele, mandate un mezzo a liberare la strada.
LA RACCOMANDAZIONE. Ci prova anche Sebastiano Di Carlo, pizzaiolo di Loreto Aprutino che a Rigopiano si trova con la moglie e l’ultimo dei tre figli, e con la coppia di amici di Loreto, Piero e Barbara Di Pietro. Anche Sebastiano chiama, e si affida alla sorella Simona Di Carlo, all’epoca consigliere comunale a Pescara: dopo una prima telefonata intorno alle 14, quando le spiega che sono bloccati e che stanno aspettando la turbina, la richiama verso le 15: «Qua la situazione è critica, chiama il presidente della Provincia, vedi se è vero che la turbina sta arrivando». E così fa la sorella che alle 15,16 risponde al fratello via whatsapp: «Ci ho parlato sapeva già la situazione mi ha detto che nel giro di 2, 3 ore arriva una turbina e vi aiuta a scendere». Ma ormai a quel ritornello non ci crede quasi più nessuno e Sebastiano la richiama dopo mezz’ora: «Stagli dietro, ci devono venire a prendere».
LE MAIL. In quelle ore, dunque, non c’è solo la voce di Gabriele, arrivata dritta al centralino della Prefettura alle 11.38, e che continua a rimbalzare sui whatsapp degli amici e della fidanzata che lui manda fino al Comune di Farindola a implorare aiuto. No, quel 18 gennaio, fino a pochi minuti prima della valanga, è un coro quello che parte da Rigopiano per chiedere aiuto all’Abruzzo. Lo testimonia anche il receptionist Emanuele Bonifazi nel messaggio, uno dei tanti di quel giorno, che scambia con la madre. È quello delle 14.37 quando allo sfogo della madre che stremata dalla preoccupazione chiede: «Il capo non fa niente. Anche i privati, cavolo fatevi sentire!», Emanuele risponde: «Ha mandato le mail a tutti... Provincia Regione... non so altro».
Sì perché nel frattempo Del Rosso, ha continuato a chiamare, a sollecitare la turbina. Tra mezzogiorno e le due ha mandato due volte la sorella in Provincia. Da Pescara ha fatto inviare una pec al prefetto, al presidente della Provincia, al comando della polizia provinciale, al sindaco e, in duplicato, alla presidenza della Regione Abruzzo: «La situazione è diventata preoccupante», con due metri di neve, il gasolio che basta fino al giorno dopo e i telefoni fuori servizio. «I clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche e hanno deciso di restare all’aperto. Abbiamo cercato di fare il possibile per tranquillizzarli ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchia. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d’accesso, dal cancello fino alla ss42». Alle 13.58 scrive whatsapp il messaggio da far girare alle istituzioni: «Vorrei capire la reale situazione, chiara e reale… Ne ho il diritto visto che i clienti, oltre ai lavoratori, mi fanno domande… I clienti sono tutti spaventati causa terremoto… La struttura non ha problemi ma è difficile convincere lo stato d’animo di tutti… Inoltre i clienti con il nostro aiuto hanno disposto le macchine sulla strada parcheggio in fila indiana… Ditemi la verità perché i clienti non possono essere presi in giro… Qualcuno ha già avuto attacchi di panico. Il fenomeno terremoto potrebbe causare che i clienti vogliono stare in macchina. Ma fino a quando???? Se non ho risposte chiare da parte delle istituzioni e da chi ha la responsabilità di fornire risposte… A tempo dovuto seguiranno le dovute denunce. Da questa mattina siamo isolati telefonicamente!!!! Con la parabola (whatsapp) che si alternano nel segnale o con scarsi risultati con i gestori di telefonia. Ci sono i bambini». Con questo messaggio sul telefonino la sorella torna in Provincia e lo legge personalmente al presidente. Intanto un’altra scossa di terremoto e altre promesse che rimbalzano su, nell’hotel a 1.200 metri, dove paura e nervosismo sono alle stelle.
GLI SFOGHI. Lo raccontano tutte le foto, video, i messaggi che poi si ritroveranno sui telefonini delle vittime e dei loro cari. Messaggi prima di paura e speranza e poi di abbandono e rassegnazione: «Io qua a sta botta ci rimango» scrive agli amici Stefano Feniello alle 14.39. E sulla chat delle amiche Barbara Nobilio, moglie di Di Pietro: «Noi bloccati hotel Gran Sasso, 3 metri di neve. Sto, stiamo solo piangendo non potete capire... da incubo... mai più un’esperienza simile... spero solo che discendiamo vivi davvero». Alle 14 Valentina Cicioni, che freme per tornare ad abbracciare la sua piccola Gaia, scrive alla collega Pamela, infermiera come lei al Gemelli di Roma: «Qua sta a fa’ una scossa dietro l’altra, non puoi capi’, non puoi capi’ che paura». E venti minuti prima della valanga al papà: «Stiamo qua non arriva nessuno». L’aveva capito da prima Marinella Colangeli, responsabile della spa. Lei è di Farindola e intorno alle 14 scrive alla sorella: «Abbiamo chiuso la spa, siamo tutti sopra, mi vado a cambiare ora che le persone se ne vogliono andare. Stanno ricaricando le valigie e aspettano che ci vengono a liberare. Ma non lo sanno che tanto non ci vengono. Stiamo chiamando, ma nessuno ci dà retta».
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