Rampini insegna a difendersi dai predatori del risparmio

7 Aprile 2016

Il nuovo libro del giornalista di “Repubblica” si concentra sul ruolo delle banche e insegna a essere meno sprovveduti. Come nel caso della mamma dell’autore...

Pubblichiamo l’inizio del capitolo introduttivo del libro di Federico Rampini ”Banche: possiamo ancora fidarci?”, per gentile concessione della casa editrice Mondadori.

di FEDERICO RAMPINI

Il 2015, purtroppo, lo ricorderemo per uno shock a cui gli italiani non erano abituati né preparati. Sono fallite delle banche. Piccole, ma non trascurabili. La protezione del risparmio è stata messa in dubbio. Un brivido di paura si è diffuso perfino tra clienti e depositanti di altre banche più grosse e più solide. Perché nel frattempo entravano in vigore nuove regole, imposte dall’Europa, regole controverse o spiegate male, che comportano maggiori rischi per i risparmiatori. Storie tragiche sono venute alla luce: cittadini ingannati, titoli insicuri venduti agli sportelli bancari, obbligazioni travolte nei crac. In parallelo, dei timori sulla tenuta delle banche si sono manifestati anche in altre parti del mondo: in Cina o nell’insospettabile Germania.

E a preoccuparci non ci sono solo le banche private, quelle dove abbiamo i conti correnti e i libretti di risparmio. Anche quelle che stanno molto al di sopra, le istituzioni che dovrebbero governare la moneta e l’economia, non offrono certezze. In America, nell’Eurozona o in Giappone, la debolezza dell’economia ha rivelato errori e limiti delle banche centrali.

In un’epoca come questa in cui i redditi da lavoro diventano incerti o precari, il risparmio è ancora più importante che in passato. Se i genitori non possono fare affidamento su un futuro tranquillo per i figli, se gli anziani devono fare i conti con delle pensioni ridotte e una sanità che perde colpi, diventa essenziale quel giacimento di precauzione che ci siamo costituiti mettendo da parte per anni. Ma chi ce lo gestisce? Le banche. Soprattutto in Italia, dopo l’investimento nella propria casa, la maggior parte dei risparmi privati vengono affidati a intermediari di tipo bancario.

Possiamo fidarci di loro? Quali precauzioni dobbiamo prendere per evitare di essere defraudati, impoveriti? Nel 2013, nel mio libro dedicato alle malefatte della finanza, scrivevo: «I grandi banditi del nostro tempo sono i banchieri. La crisi iniziata nel 2007 nel settore della finanza americana, poi dilagata con ampiezza sistemica nel 2008 fino a contagiare l’economia reale di tutto l’Occidente, ebbe la sua causa scatenante in comportamenti perversi dei banchieri».

Da allora, siamo sicuri che il mondo sia cambiato? Abbiamo appreso le lezioni di quella crisi, per evitare una ricaduta? O, al contrario, le cause profonde non sono state veramente aggredite e sanate?

Due dati s’impongono alla nostra attenzione. Il primo riguarda il gigantismo della finanza, altrettanto mostruoso oggi di quanto lo era alla vigilia dell’ultimo crac. Strumenti altamente speculativi come i derivati valgono oggi 550.000 miliardi di dollari, una cifra talmente abnorme che gli americani, per risparmiare gli zeri, parlano ormai di 550 «trilioni». Se si aggiungono 86.000 miliardi di dollari di obbligazioni, e 60.000 miliardi di capitalizzazione delle azioni nelle Borse mondiali, il totale dei titoli finanziari esistenti sfiora i 700.000 miliardi. Cioè nove volte il Prodotto interno lordo di tutto il pianeta. La finanza non è «al servizio» dell’economia reale, al contrario la sovrasta, la comanda.

Il secondo dato riguarda la nuova manovra lanciata dalla Banca centrale europea presieduta da Mario Draghi il 10 marzo 2016: fra le altre cose, include 1700 miliardi di euro di nuovi crediti concessi alle banche commerciali a condizioni eccezionalmente generose. Di questi, 320 miliardi in quattro anni sono dedicati alle banche italiane, con un trattamento di grande favore che non ha precedenti nella storia, perché Draghi «paga» le banche italiane purché facciano prestiti alle famiglie e alle imprese. Il profitto netto per le banche italiane, se usano questa opportunità, è di 5 miliardi.

Una manna dal cielo sui bilanci delle banche. Sapranno finalmente restituire il favore al resto del paese? È il momento di fare il punto, di tornare ad accendere i riflettori sui mali della finanza e sui comportamenti dei banchieri. Questo libro, più concentrato sull’Italia, vuole servire da guida. Per capire quel che sta succedendo nel sistema del credito. Per essere meno sprovveduti e fragili di fronte agli shock finanziari. Per imparare qualche regola di sopravvivenza, di autodifesa di fronte ai predatori del nostro risparmio.

Le paure del risparmiatore italiano le ho in casa, anche se abito sull’altra sponda dell’oceano Atlantico. Mia madre, genovese che vive a Bruxelles, ha un conto in banca in Liguria, dove passa le sue estati. Non c’è molto, ma qualche risparmio lo lascia su quel conto. E poiché legge i giornali italiani anche quando sta in Belgio, è giustamente vigilante. L’ultimo spavento che si è presa, a lieto fine, è un aneddoto istruttivo sul comportamento delle banche italiane. È accaduto qualche mese dopo i vari crac di Banca Etruria & C. Quindi in una fase in cui giornali e Tv avevano raccontato storie terribili: risparmiatori rovinati, un pensionato suicida, il pericolo nascosto nelle «obbligazioni subordinate», i metodi poco trasparenti o decisamente scorretti con cui certi istituti di credito avevano piazzato tra la clientela quei titoli a rischio.In mezzo a tanta attenzione nazionale, con un’atmosfera di allarme così acuto, ti aspetteresti che ci fosse da parte del mondo bancario un’improvvisa presa di coscienza, un rispetto delle regole, un ripudio dei comportamenti più controversi.

Così mia madre rimane stupefatta quando apprende da una telefonata che sul suo conto titoli sono stati fatti degli «investimenti», senza che lei abbia letto né firmato un solo pezzo di carta. La cosa avviene in una piccola agenzia bancaria, nella tranquilla provincia ligure. Alle domande di mia madre sul perché siano stati comprati dei titoli senza che lei abbia visto né tantomeno firmato un solo foglio, un prospetto, un formulario, l’impiegata le risponde di avergliene «parlato al telefono». Piena di sospetti e di timori, ma anche con la soggezione e l’insicurezza comprensibili in una persona di 81 anni, mia madre mi racconta l’accaduto e mi chiede consiglio.

A quel punto telefono io all’impiegata, che conosco. La chiamerò Signora Veronica. Non voglio metterla nei guai, perché credo che le responsabilità vadano ben oltre la singola persona. Tant’è, alla mia telefonata quella mi conferma esattamente la versione data da mia madre. La Signora Veronica ha compiuto un’operazione di acquisto titoli, con i soldi di mia madre, senza neppure farle firmare un foglio. Lo ha fatto sulla base di una generica telefonata, sul cui contenuto i suoi ricordi sono abbastanza vaghi, se non che si è sentita autorizzata a disporre lei un’operazione in titoli. Rimango esterrefatto e le comunico il mio sconcerto. Ha mai sentito parlare – le chiedo – di Banca Etruria? Li legge i giornali? Guarda i tg? Le sembra che il suo comportamento sia stato trasparente, diligente, scrupoloso? I bancari possono disporre del risparmio dei clienti, investirlo in titoli, sulla base di vaghe chiacchierate al telefono? È questa la tutela di cui godono i clienti delle banche italiane? La Signora Veronica prima casca dalle nuvole, sembra davvero sorpresa della mia sorpresa; poi intuisce che deve averla combinata grossa, allora cambia il tono e si rifugia nel privato: mi parla di problemi familiari, malattie di parenti, ragioni personali per cui ha «dimenticato» di spedire a mia madre le carte, i prospetti, le autorizzazioni da firmare. Già, però non ha dimenticato di fare quell’investimento in titoli.

Il lieto fine sta semplicemente nel fatto che i titoli acquistati non erano tossici. Una volta ricostruita l’operazione nei dettagli, a posteriori, non mi risulta che ci fossero obbligazioni bancarie sospette o altre porcherie. Resta il fatto che i pochi risparmi di mia madre su quel conto sono stati manipolati senza seguire procedure corrette, informandola poco e male, senza che ci fosse una sua firma su un’autorizzazione. Che l’episodio sia preoccupante lo ha confermato indirettamente una lunga lettera di spiegazioni e di giustificazioni imbarazzate, spedita solo in seguito alla mia telefonata, dalla direttrice dell’agenzia.

Il mio è un episodio minore, anche molto banale, ne sono consapevole. Ben altre tragedie hanno funestato i clienti delle banche fallite. Eppure, la mia minuscola esperienza familiare la dice lunga su una certa faciloneria, leggerezza, mancanza di professionalità. I risparmiatori italiani hanno ragione di essere in stato di allerta permanente, se i loro soldi sono gestiti in quel modo.