Ricatti a luci rosse al prete L’arcivescovo in aula: lo allontanai per il suo bene

Famiglia a processo. Monsignor Valentinetti chiamato a testimoniare dalla difesa: «Don Camillo mi disse che si trovava in guai giudiziari, lo mandai al Volto Santo»
PESCARA. «Conosco don Camillo dal 2005. Un giorno venne da me per riferirmi che aveva dei problemi personali. Mi aveva parlato di una denuncia, che si trovava in guai giudiziari e, se un prete ha di questi problemi, non può restare in parrocchia». A parlare è l’arcivescovo di Penne-Pescara, monsignor Tommaso Valentinetti, teste eccellente ascoltato ieri dal collegio del tribunale che deve accertare le responsabilità di una intera famiglia di Montesilvano, tutti parrocchiani di don Camillo, accusati di aver “circuito” il prelato per spillargli circa 750 mila euro (stando alla parte civile, 500 mila per la procura), con un ricatto a luci rosse. Ultimo teste della difesa (la parte civile rappresentata dall’avvocato Giovanni Mangia vi aveva rinunciato), l’arcivescovo è stato fermo e chiaro nelle sue risposte agli avvocati Melania Navelli e Pierluigi Amoroso che assistono Eraldo Scurti, sua moglie Claudia Palma entrambi accusati di estorsione, e il loro figlio Alessio, che risponde soltanto di riciclaggio.
«Per il resto», continua Valentinetti, «non posso dire altro perché appena don Camillo mi riferì di quei problemi in generale, senza entrare nello specifico, disposi subito il suo allontanamento dalla parrocchia. Gli dissi, caro Don Camillo, lo devo fare per il tuo bene e per il bene della parrocchia».
Poi taglia davvero corto nei confronti dei difensori che insistono sul punto: «Non posso dire altro perché c’è il segreto sacramentale della confessione. Decisi poi di mandarlo a fare esercizi spirituali al Volto Santo di Manoppello: posto sereno, pacifico, dove pregare».
La difesa cerca di sondare il terreno in relazione alle spese del parroco, ma anche in questo caso il teste chiarisce in poche battute: «Il parroco è tenuto unicamente a rendicontare l’amministrazione parrocchiale, non le sue spese personali. E comunque i suoi conti parrocchiali sono sempre stati regolari». E rispondendo sulle voci che circolavano sul conto del parroco, riguardo alle vicende processuali, l’arcivescovo chiude il discorso in due battute: «I preti sono tutti sotto lamentela e comunque su di lui non ne ho registrate».
Il processo, seguito dalle telecamere della trasmissione “Un giorno in pretura” (ma ieri l'Arcivescovo ha rifiutato di farsi riprendere) nasce da una infatuazione di don Camillo (come da lui stesso ammesso sotto esame davanti al tribunale) per l'imputata Claudia Palma. La storia inizia nel 2014 con qualche piccola richiesta d’aiuto da parte della donna al parroco. Poi l’amicizia che sfocia nell’appuntamento (a febbraio 2016) che la donna gli fissa a casa sua. Don Camillo va speranzoso, sapendo che la donna era sola in casa così come lei gli aveva assicurato. La donna comincia a levarsi le calze, a mostrargli qualcosina e gli dice, “tu non ti spogli?”. E si avvicina al Don per togliergli la giacca. Ma proprio in quel momento, come se fosse una scena teatrale studiata a tavolino, entra il marito e scoppia il putiferio. Nei giorni seguenti il parroco riceve le prime richieste di soldi anche per evitare, così come avrebbe riferito la parte offesa in denuncia, di far circolare dei video compromettenti. Don Camillo chiede soldi e prestiti a chiunque, parrocchiani compresi, fino a quando non decide di registrare una conversazione in macchina con Eraldo Scurti, il marito geloso, e mettere fine a quella storia con una denuncia. Il perito incaricato di sbobinare il contenuto della registrazione ha chiesto una proroga, così nella prossima udienza verranno esaminati gli imputati e poi la pm Fabiana Rapino avanzerà le sue richieste.

