Rigopiano, 8 condanne: venti mesi all’ex prefetto

15 Febbraio 2024

Confermate 22 delle 25 assoluzioni emesse in primo grado dal gup di Pescara Ma l’ultima parola sul processo per i 29 morti sarà pronunciata dalla Cassazione

L’AQUILA. Rigopiano atto secondo: salgono a otto le condanne, nel processo d’Appello per i 29 morti del 18 gennaio 2017. Confermate le cinque di primo grado, entrano quelle dell’ex prefetto Francesco Provolo (un anno e 8 mesi e non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, per rifiuto di atti d’ufficio e falsità ideologica in atto pubblico), l’allora capo di gabinetto della prefettura Leonardo Bianco (un anno e 4 mesi per falsità in atto pubblico) ed Enrico Colangeli (2 anni e 8 mesi per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime), responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Farindola.
LA SENTENZA ALLE 15.45 Per i familiari delle vittime comunque un passo avanti dopo la cocente delusione ricevuta nella sentenza di primo grado, con 25 assoluzioni su 30 imputati. Ma alla fine il risultato non cambia. Quando alle 15.45, alla fine di circa cinque ore di camera di consiglio, il presidente della Corte Aldo Manfredi legge le sette pagine del dispositivo della sentenza a porte chiuse davanti ad avvocati, parti civili e ai pm Andrea Papalia e Anna Benigni che con il procuratore Giuseppe Bellelli avevano chiesto nelle 300 pagine di ricorso condanne per 25 imputati, i commenti di genitori, figli e fratelli dei 29 morti parlano di «un contentino», «una delusione», «pene irrisorie». E se ieri, dopo 55 mesi di questo percorso giudiziario, tra primo e secondo grado e nel mezzo di una pandemia, non ci sono state le urla di rabbia, come quelle di un anno fa a Pescara (ad eccezione dello sfogo di Alessio Feniello che alla fine urla «una presa in giro, certo che ricorreremo in Cassazione»), erano però più pesanti i volti segnati da stanchezza e senso di impotenza. Perché di fatto, al contrario di quanto sperassero, è restato sostanzialmente immutato l’impianto della sentenza di primo grado. Che ha rafforzato sì le responsabilità del Comune di Farindola che, dopo il sindaco Ilario Lacchetta (condanna confermata), vede tirato dentro anche il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune, Colangeli, con la stessa condanna di Lacchetta a 2 anni e 8 mesi; ha confermato, sì, le responsabilità dei funzionari della Provincia Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco (a cui ieri è stata però revocata l’interdizione temporanea dai pubblici uffici), ma ha lasciato fuori tutto il resto. Vale a dire i vertici della Provincia, la Regione per la mancata carta di localizzazione di pericolo da valanghe e la prefettura per la gestione dell’emergenza e per il depistaggio.
PROVOLO E BIANCO Per Provolo e Bianco, precisa il dispositivo che li condanna per falsità ideologica, «non è ravvisabile il nesso di causalità tra la ritenuta condotta di falsità ideologica e gli eventi dannosi». E dove sta la falsità?
Secondo i giudici della Corte d’Appello, e come ricostruirono i carabinieri forestali durante le indagini, sta in due note precedenti alla tragedia, del 16 e 17 gennaio, in cui entrambi dicono che è stato attivato il Centro di coordinamento soccorsi, aperto invece la mattina del 18 gennaio, poche ore prima della valanga che arriva alle 16,49. La prima nota, del 16 gennaio 2017, è firmata dall’allora capo di gabinetto e vice prefetto Bianco e indirizzata alla presidenza del consiglio dei ministri, al ministero dell’Interno e per conoscenza alla Regione, per comunicare «l’emergenza maltempo a seguito delle precipitazioni del giorno 16 gennaio», e «l’apertura della sala operativa e del Centro coordinamento soccorsi della prefettura alle ore 9».
La seconda è del 17 gennaio, a firma dell’allora prefetto Provolo che invia la nota alla presidenza del consiglio dei ministri e al ministero dell’Interno in cui fa sapere, dopo aver descritto l’emergenza maltempo in provincia di Pescara, che «per coadiuvare l’opera di soccorso, la Prefettura ha attivato la sala operativa provinciale di protezione civile e il centro coordinamento soccorsi». È qui sta la falsità ravvisata dai giudici: il centro soccorsi viene attivato la mattina del 18 gennaio, quando dall’hotel Rigopiano i 40 prigionieri chiedono di essere liberati da quel muro di neve che li tiene ostaggio delle scosse di terremoto. Quando è lo stesso Gabriele D’Angelo, cameriere dell’hotel, a mettersi in contatto con la Prefettura chiedendo aiuto e descrivendo la situazione per quasi quattro minuti. È solo in quelle ore, e non uno o due giorni prima, che attivano la macchina dell’emergenza.
COLANGELI. Dopo i due prefettizi, la terza nuova condanna riguarda il capo dell’ufficio tecnico comunale di Farindola responsabile del centro operativo di coordinamento comunale (Coc) e membro della commissione valanghe. Colangeli viene condannato «per gli stessi profili di responsabilità in cooperazione colposa con il sindaco Lacchetta». La condanna è infatti la stessa del sindaco, di 2 anni e 8 mesi: di fatto per non aver ordinato lo sgombero dell’hotel, nella piena consapevolezza che era in atto un’emergenza neve, per aver consentito che gli ultimi clienti raggiungessero l’hotel il pomeriggio prima, nonostante la nota del dirigente provinciale D’Incecco avvertisse i sindaci «che la circolazione debba essere consentita solo per spostamenti indispensabili e di emergenza».
IL RICORSO DI MARCO. Tra i ricorsi accolti ieri dalla Corte d’Appello, c’è quello dell’allora presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, oggi candidato alla Regione con il Pd. Già assolto in primo grado (l’accusa in primo grado chiedeva 6 anni) con la formula “il fatto non costituisce reato”, Di Marco ha ottenuto la più favorevole formula “per non aver commesso il fatto”.
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