Ristorante “Le Terrazze”, a processo Di Natale, la moglie e il napoletano Garofalo

Pescara, la compravendita del locale e i capitali sospetti. Patteggiano 1 anno e 4 mesi il figlio e l’ex dipendente Iezzi. Un anno e 8 mesi alla direttrice D’Agostino. Tra i reati contestati a vario titolo, autoriciclaggio, bancarotta e intestazione fittizia di beni e società
PESCARA. Tre rinvii a giudizio, una condanna con il rito abbreviato e due patteggiamenti. Così si è chiuso ieri, davanti al gup Anna Fortieri, l’inchiesta (condotta dal neo procuratore di Ascoli Piceno, Anna Rita Mantini e dal sostituto Luca Sciarretta, oggi in Cassazione) su un presunto riciclaggio di capitali provento di attività illecite da parte del principale protagonista della vicenda, il napoletano Pasquale Garofalo, vicino alla criminalità organizzata campana e calabrese, accusato di autoriciclaggio, bancarotta fraudolenta e intestazione fittizia di beni e società (che a suo tempo gli costò anche l’arresto in carcere), in relazione al suo ingresso nella gestione del ristorante “Le Terrazze Roof Garden” di Pescara che apparteneva alla famiglia Di Natale.
Processo fissato al 19 gennaio 2027 per Garofalo, Adamo Di Natale e sua moglie Paola Cavaliere (cui vennero fittiziamente intestate le quote della “Floor Six”, la società che gestiva il ristorante, acquistata per 800 mila euro dal napoletano), che hanno scelto il rito ordinario e sono stati quindi rinviati a giudizio; condanna a 1 anno e 8 mesi per la direttrice del locale Laika D’Agostino, braccio destro del napoletano; patteggiamento di un anno e 4 mesi per Federico Di Natale (figlio di Adamo e Cavaliere) e Alessandro Iezzi, ex dipendente della società “Stellari Group” e amministratore di diritto della “Ambrosiana Distributori”, anche lui accusato di bancarotta come Federico Di Natale.
L’INGRESSO DEL NAPOLETANO
Il più coinvolto, come detto e stando al risultato delle indagini (condotte dalla polizia municipale), sarebbe appunto il napoletano Pasquale Garofalo, seguito dall’intera famiglia di Adamo Di Natale, l'imprenditore delle cerimonie che per risolvere i suoi problemi economici avrebbe consentito l’ingresso del napoletano: un primo pericoloso passo, secondo gli inquirenti, per permettere a Garofalo di consolidare la propria presenza sul territorio e ampliare i suoi interessi su Pescara. E Garofalo avrebbe investito quegli 800 mila euro. Soldi che, secondo l’accusa, arrivavano dal tesoretto da milioni di euro che Garofalo aveva raccolto dalle sue attività sospette a Milano. E questo «al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misura di prevenzione, e sia per agevolare la commissione del delitto di riciclaggio», come scrisse il gip Francesco Marino nella misura cautelare. Cavaliere avrebbe dunque continuato sulla carta a gestire la società con l’aiuto del contabile Mazzocchetti (che ha precedentemente patteggiato), che «si adoperava per far ottenere alla società l’apertura di linee di credito da parte delle banche, al fine di superare l’ostacolo costituito dalla cattiva reputazione della Cavaliere».
RICICLAGGIO
Il riciclaggio è contestato al solo Garofalo che negli anni dal 2015 al 2022, secondo le indagini, avrebbe «conseguito illeciti profitti per oltre 60 milioni di euro», dai quali sarebbero usciti gli 800mila euro utilizzati per rilevare dalla famiglia Di Natale la gestione dell’attività di ristorazione, «ripianando anche tutti i debiti maturati dalla gestione precedente di Di Natale e ciò anche mediante la costituzione, in data 29 luglio 2022 e la successiva gestione della società “Floor Six”, fittiziamente appartenente e amministrata dalla Cavaliere».
DISTRAZIONE DI BENI
Al centro della contestazione anche le distrazioni di beni dalla società “Stellari Group” (sempre gestita dalla Cavaliere e da suo figlio Federico in qualità di amministratori, mentre Adamo Di Natale viene considerato amministratore di fatto) che rientra nella vicenda, in quanto si parla della «distrazione di 188mila euro dal patrimonio della Stellari Group, versati, nel periodo aprile-ottobre 2022, da alcuni clienti del ristorante “Le Terrazze Roof Garden” e tramite pos bancario ivi installato, finiti sul conto corrente acceso dalla società Ambrosiana Distribuzioni (amministrata di fatto da Iezzi, come sostiene l’accusa ndr), di cui 187 mila euro venivano poi trasferiti a Garofalo».
IL SEQUESTRO PREVENTIVO
Per quest'ultimo scattò anche un sequestro preventivo: «La necessità di disporre il sequestro, in vista della futura confisca», scriveva il gip, «discende, con tutta evidenza, dalle modalità occulte di gestione della società da parte di Garofalo e dalle ingenti movimentazioni di denaro, prive di lecite giustificazioni, effettuate annualmente dallo stesso, ma sempre con l’accortezza di fare uscire dai conti correnti personali e societari tutte le somme di denaro transitate anche mediante prelievi di denaro contante per quasi 300 mila euro nel torno dal 2019 al 2024». E quindi il sequestro «risiede nella necessità di impedire che il Garofalo possa continuare a proseguire nella condotta criminosa di autoriciclaggio, continuando a finanziare, per interposta persona, le attività economiche funzionali a tale scopo». Il collegio difensivo era composto da Sara D’Incecco, Claudia D’Incecco, Stani Di Puorto, Andrea Di Luzio, Eros Salomone e Jacopo De Marco.

