«Rivogliamo il corpo di papà» L’appello delle figlie di Fattiboni

Da giugno i resti del pensionato, ritrovati a Caramanico dopo 9 mesi di ricerche, giacciono all’obitorio La famiglia richiede la salma per celebrare il funerale, ma ci sono ritardi sull’esito dell’esame sul Dna
PESCARA. «Rivogliamo il corpo di nostro padre, aspettiamo da sette mesi» è l'appello accorato, ma dignitoso e silente, di Francesca e Ines Fattiboni.
Il loro papà, Carlo Rodrigo Fattiboni non ha mai lasciato Pescara. Il suo corpo dilaniato da una permanenza di nove mesi adagiato su un costone della Valle dell'Orfento, e ritrovato il 23 giugno dello scorso anno, non è mai stato riconsegnato alla famiglia che vive a Milano.
Da sette mesi, i suoi resti mortali giacciono in una cella frigorifera dell'obitorio dell'ospedale. L'iter burocratico per il completamento dei riscontri sul Dna non si è ancora concluso. Ha tempi lunghi. E sua moglie Filomena, detta Lilly, distrutta da un tormento senza fine, non è voluta tornare nel milanese, dove viveva col marito prima che si eclissasse tra i monti di Caramanico, quel pomeriggio del 3 settembre 2018. È rimasta a vivere in città, Lilly. Alle figlie, Francesca e Ines, che da Brugherio hanno fatto la spola per mesi alla ricerca del padre scomparso a Caramanico dov’era in vacanza con la moglie, ha detto: «Non me ne vado da qui senza mio marito». Andarsene via è come avere la sensazione di abbandonarlo al suo destino. E invece, no. Nella buona e nella cattiva sorte, quella promessa va rispettata.
«Rivogliamo il corpo di papà» per dargli degna sepoltura. Per mettere un fiore sulla sua tomba e pregare, in silenzio, dopo mesi di tormento causato dalla sua sparizione tra la folta vegetazione dell'Orfento dove Fattiboni, all'epoca 67enne, si era avventurato in un mite pomeriggio di settembre per fare una passeggiata tra quelle valli che amava. Era uscito dalla pensione di via Roma, a Caramanico, sussurrando alla moglie: «Vado a provare il mio nuovo bastone da nordic walking» Da quel momento non ha più dato notizie di sè. Lo hanno cercato centinaia di volontari dei vigili del fuoco, protezione civile, carabinieri, unità cinofile, speleologi e alpinisti, arrivati da tutta Italia. Poi, il rinvenimento il 23 giugno 2019, avvistato da un escursionista romano di passaggio sullo sperone roccioso vicino al ponte San Benedetto. I suoi resti ossei, brandelli di abiti, il portafogli, la patente e carta d'identità, il cellulare ormai spento, i soldi, le scarpe fluorescenti, il pantalone blu scuro e il gilet nero, sono stati rinvenuti intorno al cadavere decomposto.
«Ma di quel bastone, mai nessuna traccia» rivela Francesca Fattiboni, che per i due mesi successivi al ritrovamento del cadavere, con l'aiuto dei volontari dell'associazione Penelope che si occupa di persone scomparse, guidata da Alessia Natali, e con il supporto dei carabinieri forestali, ha cercato disperatamente la fede che il papà portava all'anulare. «E l'ho trovata», racconta la giovane, architetto a Milano, «era sepolta sotto la terra e tra le rocce, ma l'abbiamo rintracciata con l'aiuto dei metal detector. Ci sono i nomi di papà e mamma e la data del matrimonio, è quella» dice senza ombra di dubbio.
Per questa ragione «non so spiegarmi per quale motivo le comparazioni del Dna, rese possibili con un campione di saliva prelevato da mia sorella, hanno tempi così lunghi» riflette Francesca Fattiboni.
Del caso si sta occupando il sostituto procuratore Andrea Di Giovanni, Ildo Polidoro è il medico legale incaricato della ricognizione sui resti.

