Ruffini e la Benedetto Marcello portano Bach a Rebibbia

28 Settembre 2014

Il maestro dirige l’Orchestra da camera della sua Teramo nell’Arte della fuga «Un messaggio di rinascita dal luogo dove la libertà è forzatamente limitata»

TERAMO. Un gigante della musica, Johann Sebastian Bach, e il suo capolavoro incompiuto “L’Arte della Fuga” proposto nelle carceri italiane da eccellenze abruzzesi: Mario Ruffini, compositore, direttore d'orchestra, musicologo, grande cultore di Bach, e l’Orchestra da camera Benedetto Marcello, l’uno e l’altra teramani. L’associazione La Pasqua di Bach, fondata a Firenze dal maestro teramano, che la presiede insieme al cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo della città del giglio, prosegue infatti il suo Progetto Carceri portando oggi “L’Arte della fuga” di Bach nelle sezioni maschile e femminile del carcere romano di Rebibbia.

Due esecuzioni, al mattino per gli uomini, nel pomeriggio per le donne, con Ruffini sul podio a dirigere gli archi della Benedetto Marcello. Il Progetto Carceri propone il capolavoro bachiano dentro gli istituti di pena con l’intento di offrire ai detenuti un potente motivo di riflessione sulle possibilità di rinascita che ogni luogo appartato, anche quello estremo della reclusione, può generare. L’Arte della fuga viene eseguita nella versione strumentata per orchestra di 14 archi e coro misto elaborata da Ruffini. Il disegno ha preso le mosse nel 2013 da Firenze, città in cui da oltre un trentennio Mario Ruffini vive e lavora, e dove ha ideato e organizzato il World Bach-Fest, tre giorni musicale che nel nome del Kantor maximus due anni fa richiamò oltre 10mila presenze. L’Arte della fuga fu eseguita nella Casa circondariale di Sollicciano il 25 marzo; il giorno precedente, domenica delle Palme, il concerto si era tenuto nella basilica di Santa Croce davanti a 2mila persone. Pochi giorni dopo, Teramo: concerto per i detenuti della Casa circondariale di Castrogno il 5 aprile; anche in quell’occasione, il concerto in carcere fu accompagnato da un’esecuzione pubblica in cattedrale. Ora il carcere di Roma, per la terza tappa del progetto.

I due concerti odierni a Rebibbia sono preceduti da una prolusione teologica di don Alfredo Jacopozzi, direttore dell’Ufficio Cultura dell’arcidiocesi di Firenze, e di don Vincenzo Russo, cappellano del carcere di Sollicciano. Anche questo concerto, come tutti gli altri appuntamenti musicali, è stato preparato da incontri del maestro Ruffini coi detenuti stessi. «Il titolo dell’opera, Arte della fuga, sembra evocare il massimo desiderio istintuale di ogni prigioniero, limitato nella propria libertà: “insegnare” ai detenuti l’arte di fuggire è dunque quasi un gioco di parole» spiega Mario Ruffini «Ma la “fuga” di cui si parla è un evento dello spirito, della ragione e della fede, ed è questa la via di fuga che vuole essere portata ai detenuti, vero messaggio di speranza e rinascita dal luogo dove la libertà è forzatamente limitata. Lo stesso Bach ha vissuto la prigionia nella doppia forma della realtà carceraria e della solitudine professionale. Per un intero mese Bach fu imprigionato a Weimar a causa della sua decisione di lasciare la corte dove era a servizio, per trasferirsi a Köthen dal principe Leopoldo Augusto. I regnanti di Weimar si sentirono traditi dall’abbandono del loro maestro di corte e lo incarcerarono dal 6 novembre al 2 dicembre 1717».

Per gran parte dell’esistenza, e fino alla morte, Bach si trovò invece a vivere a Lipsia, città fuori dai grandi flussi alla moda del Rococò, che lo costrinse dunque a una sorta di isolamento, una condizione professionalmente e spiritualmente “prigioniera”.

«Quell’isolamento spirituale si rivelò però un'immensa fortuna, poiché fu alla base della più grande fra le straordinarie opere teoriche dell’ultimo periodo, fra cui L’Arte della fuga, ultima opera e opera ultima, preceduta da altre speculazioni della ragione, come le Variazioni Goldberg, l’Offerta Musicale, i Canoni Enigmatici. Evento dello spirito, prim'ancora che della musica, tanto che nessun organico fu assegnato per la sua esecuzione. L’ Arte delle fuga rimane incompiuta», continua il maestro, «poiché Bach termina i suoi giorni terreni mentre scrive gli ultimi contrappunti del suo capolavoro. Carl Philipp Emanuel Bach, suo figlio, seguendo le disposizioni paterne, aggiunge il Corale “Von deinen Thron tret ich hiermit” (Davanti al tuo trono mi presento), scritto da suo padre trent’anni prima. L’Arte della fuga diventa così omaggio della ragione alla fede nel momento supremo della morte».

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