Safari, i cacciatori per hobby quando le bestie siamo noi

VENEZIA. Il primo a rimetterci la pelle è uno gnu striato. Poi tocca a una antilope, a una zebra e a una giraffa. A questi due animali (ma anche allo spettatore di conseguenza) va peggio perché...
VENEZIA. Il primo a rimetterci la pelle è uno gnu striato. Poi tocca a una antilope, a una zebra e a una giraffa. A questi due animali (ma anche allo spettatore di conseguenza) va peggio perché vengono portati al mattatoio dove gli indigeni li scuoiano, staccano zampe e teste e li svuotano degli intestini che si riversano sul pavimento ricoperto di sangue.
Alla Mostra del cinema è tempo di caccia, quella raccontata con dovizia di particolari dal regista austriaco Ulrich Seidl nel suo ultimo documentario - “Safari” - presentato fuori concorso.
E le immagini, come era prevedibile, sono crude, a volte insopportabili come quando l’obiettivo si sofferma sull’agonia di una giraffa per alcuni interminabili minuti. Intorno i cacciatori, coppiette della classe media con i figli al seguito, si abbracciano e si congratulano per la preda, ammirano i fori di uscita e posano con i cadaveri delle bestie, orgogliosi ed eccitati. E non sono attori: sono cacciatori veri, lo fanno per hobby e farli partecipare al film non è stato difficile.
Seidl non è nuovo a opere estreme e provocatorie: il pubblico della Mostra lo conosce bene sin dai tempi di “Canicola” (2001, Gran Premio della Giuria) quando immortalava i corpi sfatti degli austriaci di periferia, tra orge in palestra, spogliarelli e sodomia. O quando, nel 2012, si fece un gran parlare di “Paradise: Faith” e delle sequenza in cui la protagonista stacca un crocefisso dal muro, e lo usa per darsi piacere. Brusii in sala, accuse di blasfemie e, intanto, un Leone d’argento dalla giuria.
Ora Seidl, dopo l’excursus sadomaso con “In the basement” (ancora alla Mostra nel 2014), realizza un’opera sulle vacanze che molti occidentali benestanti trascorrono in Africa per cacciare grossi animali, due volte al giorno (di più non si può). Tutto lecito, basta pagare perché ogni bestia al suo prezzo. Vuoi abbattere uno gnu dalla coda bianca? Paga 800 euro. Se vuoi sparare a un cobo, possono bastare 400 euro. Seidl non esprime giudizi anche se il suo sguardo tradisce, a volte, una ironia che sembra prendere le distanze dall’euforia predatoria e dalla morte che, ciò nondimeno, decide di rappresentare senza sconti. Del resto non fa il reporter del National Geografic; piuttosto è un antropologo che indaga le ragioni che portano l’uomo a uccidere gli animali e a provarne piacere.
Offensivo? Insensibile? Seidl non ci sta: «Proteggere gli animali non può voler dire non mostrare l’uccisione delle bestie». Eric Muller, guida professionista che vediamo in Safari insiste: «La caccia è percepita negativamente, ma la nostra è una gestione sostenibile degli animali. Veniamo controllati dal governo, e svolgiamo un’azione utile, uccidendo animali vecchi e malati». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

