Savina: «L’Abruzzo non è un’isola felice ma ci si può vivere bene»
Parla l’alto dirigente chietino vice capo della Polizia «Ecco perché in Italia l’Isis finora non ha fatto stragi»
CHIETI. «Non è un'isola felice ma qui si può vivere bene. L’Abruzzo è come una casa: bisogna pulirla con attenzione ogni giorno per averla splendente». Esordisce così Luigi Savina, 64 anni, tornato nella sua Chieti per la festa dei 165 anni della Polizia di Stato, di cui è il vice capo. Perché un cittadino arriva a farsi giustizia da sè? Perché le ronde? Ed è un caso se in Italia l’Isis finora non ha fatto stragi? Savina risponde con la semplicità dell’esperienza.
Quale ruolo deve avere la Polizia in Abruzzo?
«Un ruolo naturale che è nel suo Dna: dev’essere al servizio dei cittadini. Ben venga se in realtà come l'Abruzzo non ci sono quegli impegni che possono esserci nel profondo Sud o al Nord. Significa poter dedicare cura maggiore alla gente. Si traduce in prevenzione che è la nuova frontiera che da anni stiamo percorrendo. Dall'attenzione per le truffe agli anziani, agli incontri nelle scuole, al rapporto con i giovani. Una polizia calata all'interno della comunità continuando ad avere il proprio ruolo».
E quale atteggiamento la polizia si aspetta dai cittadini abruzzesi?
«Da poliziotto che ha lavorato in Abruzzo sia come capo della squadra mobile di Pescara sia come vicario alla questura di Pescara, devo dire che la collaborazione c'è. Gli abruzzesi sono gente disponibile e sana. Sta per entrare in vigore un provvedimento legislativo che responsabilizza i sindaci e stimola la polizia ad avere rapporti più intensi con la propria comunità. La polizia ha un ruolo specifico riferito alla sicurezza e al contrasto alla criminalità, attività che condividiamo con l'autorità giudiziaria. A questo si aggiunge un’altra fase che è l'incontro con gli studenti e il parlare con la gente. Anche con le critiche costruttive possiamo costruire una polizia migliore. Abbiamo imboccato questa strada circa vent'anni fa con il disegno voluto da Manganelli, perpetuato da Alessandro Pansa ed ora da Franco Gabrielli».
Dati alla mano cosa c'è da temere in Abruzzo?
«In ambito nazionale c'è una diminuzione del numero dei reati, ma non diminuisce la percezione di insicurezza dei cittadini. Bisogna lavorare su questo. Bisogna rassicurare i cittadini attraverso un rapporto più diretto con loro anche con il tramite dei sindaci».
Farsi giustizia da sè è un tema per l'Abruzzo. Il delitto di Vasto e le ronde ne sono un esempio. Come risponde?
«Il delitto di Vasto è per fortuna un episodio unico, che dispiace e ferisce sotto ogni punto di vista. Ma l’essersi fatto giustizia da sè non ha fatto tornare in vita l'amore di quella persona che forse aveva bisogno del supporto di qualcuno che lo facesse parlare, anzichè tenersi il dolore dentro esploso in una maniera non accettabile. Per quanto riguarda le ronde esiste una legislazione in materia che consente ai cittadini che vogliono, di iscriversi in un apposito registro sottomesso alla prefettura. Ma quello che ora accade qua l'ho già visto anni fa nel Nord Italia. Molte volte queste ronde sono partite ma sono durate lo spazio di una, due sere. Nascono in momenti di rabbia nella migliore delle ipotesi ma, a volte, hanno alle spalle movimenti politici che cavalcando la paura dei cittadini pensano di guadagnarsi simpatie elettorali».
Molti delitti in Abruzzo nascono da disagio e ingiustizia sociale. Come intervenite?
«Continuando a fare il nostro lavoro. Abbiamo due grandi realtà: scoprire i reati e assicurare gli autori alla giustizia, ma ancora di più un altro obbligo, quello di prevenire il reato. Come polizia, insieme all’università, stiamo ragionando sulla preventività dei reati, che vuol dire monitoraggio dei reati nei punti caldi unendo le conoscenze di criminologia. Si fa attraverso un controllo del territorio classico, ma anche identificando le persone. Il malvivente che vuole commettere un reato, se viene individuato non lo fa, si sposta di zona, ma se trova uguali controlli rinuncia e magari mette la testa a posto».
Perché in Italia finora non ci sono stati attacchi dell'Isis?
«Rispondo incrociando le dita, dicendo che non si può escludere nulla. Però noi abbiamo un sistema investigativo e preventivo che è stato rodato dal terrorismo interno e dalla criminalità organizzata. In entrambi i casi siamo usciti vittoriosi. Abbiamo uno strumento che ci viene invidiato, un sistema sicuro che è quello del Casa (comitato analisi strategica antiterrorismo) riunito permanentemente. Vi partecipano tutte le forze di polizia ed i servizi. È un sistema di analisi perfetto perché dà il monitoraggio del territorio. In Italia c'è anche la Procura nazionale antimafia che è di grande efficienza perché fa una valutazione generale. Questo significa che molte volte l'attività investigativa è stata rapportata all’autorità giudiziaria e si sono avuti dei provvedimenti di cattura. Dove però gli elementi raccolti siano soltanto indiziari si procede all’espulsione. Questo sistema ha consentito finora di evitare le stragi».

