«Scelgo il bianco e nero per svelare l’intimità delle vette d’Abruzzo»

28 Giugno 2017

Si apre venerdì una collettiva con il fotografo teramano  Una carriera nella pubblicità e oggi «il ritorno all’essenza»

TERAMO. La fotografia che trasmette l’essenza dei luoghi, l’esperienza del paesaggio, la sua scoperta. E la ripetizione delle immagini come memoria, l’importanza della reiterazione che l’occhio guardando avverte immediata, la continua verifica della percezione. È una necessità per Maurizio Anselmi quello scatto che scopre un mondo ad alta quota e lo racconta, scorci che s’inabissano tra le vette del Gran Sasso e i boschi bui e freschi, volti segnati da rughe che sembrano ruscelli e capelli arruffati come lana di pecora, musi di bestie selvagge finalmente, mai umanizzate e disneyane. E il Massiccio, con le sue gole vertiginose e i suoi monti sudditi tra nuvole dense e i pastori, si scopre, appunto, fratello dell’Himalaya, l’Abruzzo fratello del Tibet, volti di popoli lontani così uguali, nella diversità di razze e abiti, ai volti del popolo forte e gentile delle nostre montagne.
È una necessità per questo fotografo di razza, teramano e giramondo nel Dna – 60 anni, origini per metà circensi nobili e per l’altra radicate nell’Abruzzo più autentico e popolare – scoprire i luoghi attraverso l’obiettivo e farli scoprire con stupore e curiosità a chi non li ha mai visti quanto a chi ci è cresciuto. Anselmi parla e chi lo ascolta vede. “Tempi e luci sulla città”, la collettiva che vede Anselmi esporre con Armando Di Antonio, Marco Divitini e Giampiero Marcocci da venerdì 30 giugno al 15 ottobre all’Ipogeo di Teramo è una ghiotta opportunità per tuffarsi nelle sue narrazioni per immagini.Studi al liceo artistico di Teramo, università a Bologna: il Dams di Umberto Eco. Il colpo di fulmine per la fotografia da ragazzo, poi il flirt è diventato passione e studio profondo, quindi scelta professionale che ha portato Anselmi dalle foto in bianco e nero a carattere antropologico al colorato mondo della moda, del food, della pubblicità, a lavorare per agenzie e riviste importanti, da Vogue a Glamour. E poi pubblicazioni, mostre, la collaborazione lunga e vitale con il Parco Gran Sasso-Laga e oggi il ritorno al bianco e nero.
Maestro, come è cominciata?
L’approccio con la fotografia risale al 1975-’76 e da subito ho cominciato a sviluppare, ricercare. Anche perché non mi sentivo dotato dal punto di vista grafico, ma avevo una predisposizione verso l’immagine, la creatività, che volevo assolutamente estrinsecare. La strada si è aperta al Dams, con i corsi di Italo Zannier. E mi sono laureato con tesi in fotografia.
Autori di riferimento?
Tanti, da Ferdinando Scianna a Mimmo Iodice, quelli dei ragazzi degli anni ’70, la fotografia paesaggistica della grande scuola americana, William Kleine per il reportage piuttosto che Ansel Adams per il paesaggio. Da qui il mio convincimento che sia fondamentale che il fotografo conosca la storia della fotografia, che ti permette di avere un background e poi individuare la tua linea personale.
Non ha mai pensato di fare il fotoreporter?
Il reportage di cronaca non mi ha mai interessato. Dall’inizio ha cominciato a pensare ai vari aspetti della fotografia di comunicazione e non di rappresentazione. Dovevo sempre contestualizzarla a un progetto, a una descrizione precisa. Poi, dopo la laurea nell’83 ho dovuto fare scelte: di sola cultura non si vive e sono entrato nel campo della fotografia pubblicitaria. Una esperienza bella e gratificante, tecnicamente e non solo.
Poi la grande trasformazione con l’arrivo del digitale, alla fine degli anni 90.
Se prima eravamo pochi, da lì cambia tutto. Nuovi studi da fare, nuove esigenze. Mi sono reinventato. È cambiato molto l’approccio. Il mio ruolo di fotografo al Parco Gran Sasso-Laga ne è testimonianza. Non facevamo solo paesaggi, ma anche foto di elementi d’arte e ad altissimo livello professionale: luci, banco ottico... Ci sono voluti anni per applicare quanto appreso al mondo della comunicazione per il Parco. Continuo a fare fotografia pubblicitaria, ma mi sono riscoperto con la montagna. Sono tornato alle origini, all’approccio con il bianco e nero e il rifiuto per il colore.
E qui si apre un mondo “nuovo”...
E sì, io col colore ci ho vissuto professionalmente e non lo rinnego, anzi. Però oggi sono attratto dal bianco e nero, più intimista, riflessivo. L’attenzione che consente a forme e volumi. È tutto più “mio” adesso. La fotografia come necessità di scoperta dei luoghi, di tornare e confrontare. Il bianco e nero come messaggio minimale. Il bianco e nero esprime simbolicamente la tensione tra luce e tenebre, tra vita e morte, che caratterizza la storia dell’umanità. Per me il bianco e nero è legato a questa interpretazione teatrale della vita Ho iniziato con il bianco e nero, come tutti i fotografi della mia generazione. Sì, si potrebbe parlare di un ritorno alle origini dopo decenni legati al colore, un ritorno all'essenza. E poi nel bianco e nero guadagnano importanza gli aspetti più grafici: forma, contorni, volume, tridimensionalità, texture/trama, le caratteristiche peculiari del materiale di cui è composto un oggetto. Pattern, ripetizioni ritmiche di oggetti o parti di oggetti simili. Questi sono elementi già di per sé importanti in una foto, che guadagnano molto peso in un bianco e nero. E ancora i riferimenti alla grande fotografia americana, e penso ad Adams, a paesaggisti come Minor White.
Ha ancora un senso essere fotografi in un mondo di selfie, di scatti dal cellulare a tutto e tutti, di social mania delle foto?
Le foto muoiono nel web, perché devono essere viste sulla carta, io le stampo sempre e ad altissima qualità. E comunque non rinuncio a credere che la nicchia, l’autoriale abbia un senso se riesci a dire qualcosa di nuovo con te stesso. Oggi il fotografo è tutto e nulla, se la penna scrive non significa che sia uno scrittore. È l’eccellenza la vera fotografia, che può dire ancora molto, il linguaggio fotografico ti fa dire quello che vuoi: emozioni, descrizioni, tanto. Ma deve diventare autoriale. Occorrono delle regole: è un linguaggio, ne devi conoscere sintassi e regole. Si vede molta robaccia in giro. Mancano le regole di base, vedo foto impaginate male, oscene come forma e sostanza che fanno like pazzeschi solo per azzurri intensi, colori forti...
La fotografia è viva?
Direi: la fotografia è morta, evviva la fotografia. La cosa più difficile è per i fotografi fare fotografie.
L’Abruzzo come il Tibet nelle sue foto di Campo Imperatore rimbalzate dallo show di Crozza al Corriere della Sera. Che ruolo ha la sua regione nel suo lavoro?
L’Abruzzo ha il suo senso profondo nelle mie foto, voglio far conoscere questo territorio magnifico e ignorato dai grandi canali di comunicazione, e sto facendo di tutto per questo. Viviamo in una realtà che ha molto da dire e questo dovrebbe scuotere le coscienze dei politici in primis: ha tanto ed è nulla.