Sentenza Rigopiano, fissata la nuova data: si chiude il 14 febbraio

Per evitare ritardi, la Corte ha accorpato le ultime due udienze E alla fine solo 5 giorni di slittamento per lo sciopero nazionale
PESCARA. La sentenza nel processo d’appello per il disastro di Rigopiano, inizialmente programmata per il 9 febbraio, slitta al 14 febbraio. Lo hanno stabilito ieri i giudici della Corte aquilana presieduta da Aldo Manfredi in relazione all’astensione degli avvocati penalisti, dal 7 al 9 febbraio, deliberata dalla Giunta delle Camere penali italiane. Tre giorni, questi, nei quali ricadevano le due ultime udienze del processo per la tragedia dell’hotel distrutto da una valanga che costò la vita a 29 persone, rimaste intrappolate sotto le macerie della struttura. La Corte, per evitare ritardi, ha trovato la soluzione per superare questo ostacolo: l’udienza programmata per il 7 febbraio è stata anticipata a quella già calendarizzata del 31 gennaio, mentre la sentenza, saltata la data del 9, verrà pronunciata qualche giorno dopo, il 14 febbraio. Una soluzione apprezzata dal comitato dei familiari vittime che in una nota sottolineano: «Forse per la prima volta dall’inizio del procedimento penale si è dimostrato organizzazione e rispetto nei confronti delle vittime e dei loro familiari, posticipando di “soli” 5 giorni la sentenza dalla data originaria».
E ieri, intanto, si è tenuta una udienza lampo per discutere di tre posizioni: quella del geologo Luciano Sbaraglia (in relazione alla realizzazione dell’opera), quella del regionale Carlo Visca (per la Carta valanghe), e quella della società Gran Sasso Resort. «Luciano Sbaraglia - il tecnico che nel 2006 ha redatto la relazione per l'ampliamento del resort -, all'epoca non aveva strumenti sufficienti per poter prevedere eventi catastrofici come quello che si è verificato il 18 gennaio del 2017». Lo ha detto l'avvocato Pietro Cesaroni, che nel processo assiste il geologo. «Un aspetto», ha aggiunto il legale, «già individuato dal giudice di primo grado nella sentenza di assoluzione».
Per quanto riguarda la posizione della Gran Sasso Resort, il suo legale, Massimo Galasso, si è riportato a quanto già sostenuto in primo grado, quando la sua tesi difensiva è stata accolta dal gup pescarese Gianluca Sarandrea che sentenziò l’assoluzione per la società. «Quanto al documento di valutazione rischi, questo già tutelava anche il rischio dell’isolamento», ha spiegato il legale, «che peraltro non è la causa del disastro. Sulle vie di fuga e la gestione dell’hotel in quei momenti da parte del gestore Bruno Di Tommaso e della Gran Sasso Resort, possiamo dire che è stato fatto tutto ciò che doveva essere fatto e andava fatto. Parliamo della pulizia del piazzale e dell’organizzazione di quelle vie di fuga. È ovvio che la loro competenza finisce laddove finisce la proprietà che gestivano e quindi, tutto ciò che è accaduto fuori della proprietà, sulla strada provinciale, non era di loro competenza. In nessun modo si poteva immaginare», conclude il legale, «quello che stava per accadere e i richiami frequenti di quei giorni erano più che altro legati ai soli problemi di viabilità, ma non c’era e non poteva esserci alcuna percezione che potesse abbattersi sulla struttura una tragedia di quella portata». La difesa del regionale Carlo Visca ha depositato alla Corte una memoria, sintetizzandone i punti chiave. «Visca», ha detto l’avvocato Diego De Carolis che difende l’imputato con il collega Eugenio Galassi, «non ha mai avuto la responsabilità di dare attuazione alla legge regionale 47/92 perché l’articolo 22 di quella legge aveva istituito una unità organizzativa dedicata a quelle attività che riguardavano la Carta valanghe». Adesso, con il nuovo programma fissato dalla Corte, tutta la fase dibattimentale si chiuderà il 31 gennaio con le discussioni che riguardano i prefettizi coinvolti nel depistaggio e con l’eventuale replica della procura generale, rappresentata dai pm pescaresi Anna Benigni e Andrea Papalia. Poi la sentenza, il 14 febbraio.

