«Senza stipendio da mesi: viviamo grazie a collette»

Tra slogan e striscioni, il dramma dei lavoratori: «Ridateci il centro sportivo» I genitori: «Abbiamo pagato la retta, ma i nostri figli devono allenarsi altrove»
PESCARA. C'è chi ha perso la casa perché non riusciva più a pagare l'affitto. E chi deve farsi prestare i soldi da un familiare o dal fidanzato per pagare le bollette. Oppure, tra colleghi, fanno collette per fare la spesa. Chi ha bimbi, per le feste, non ha potuto regalare «neppure un uovo di Pasqua».
L'ultimo stipendio, a «rate o acconti», lo hanno preso tra gennaio e febbraio, i settanta lavoratori delle Naiadi che da 3,10, 20 anni lavorano nel centro sportivo. E che da giorni protestano davanti all'impianto di via Livenza, a confine tra Pescara e Montesilvano, per chiedere alle istituzioni regionali la riapertura dell’impianto chiuso circa una settimana fa per una serie di guasti alle caldaie.
E ieri hanno annunciato di voler «andare avanti ad oltranza». Armati di striscioni e con tanta rabbia in corpo, un centinaio tra lavoratori e utenti, si sono radunati in via Passolanciano, sotto gli uffici della Regione, avere lumi sul loro destino. Sugli striscioni hanno scritto: «Ci avete rotto le piscine, ridateci le Naiadi».
Hanno sfidato il freddo pungente, ma non si sono arresi. Tra essi anche genitori disperati perché hanno pagato le rette senza poter usufruire dei servizi. Però il loro «grazie di cuore» va a tutti gli istruttori, da Christian Di Sabatino a Mary, che «hanno lavorato gratis anche nei giorni di festa. Malgrado le difficoltà economiche, finché hanno potuto, non hanno mai fatto perdere una gara o una lezione ai nostri figli».
Hanno continuato a lavorare, ad accogliere a turno i 6000 utenti, senza percepire un soldo. Fino a qualche giorno fa quando sono iniziate le prime contestazioni per riavere la struttura a pieno regime. Tutti hanno detto che le Naiadi non sono solo un luogo dove si fa sport. Lì dentro, tra sudori e fatiche, «siamo tutti una grande famiglia» ha sottolineato Martina Ucci, insegnante di arrampicata, che ora, senza lavoro e prospettive, dice di essere «triste», ma non smette di «coltivare la speranza». Insieme a lei, 25enne entusiasta malgrado la temporanea disoccupazione, il dramma personale di tanti colleghi, Suela Canollari, barista originaria di Durazzo; Daniela Caretto, addetta alle pulizie; Cristian Buonocore, mautentore; Cristina Butolo, barista; Silvia Mazzocchetti, pizzaiola; Marco Cantagallo e Christopher Grecchia, bagnini; Francesco Lamanuzzi, area marketing, Roberta Falco e Monica Bianco, impiegate; Marco Biletta, coordinatore delle scuole nuoto. Dietro i nomi, ci sono le storie personali di chi vive la quotidianità come ad una corsa a ostacoli per cercare gli spiccioli: «Ci aiutiamo tra noi, facciamo piccole collette o ci danno una mano mariti e genitori. Qualcuno di noi ha perso anche la casa perché non riusciva a pagare l’affitto».
Un dramma collettivo che condividono ogni giorno, soprattutto durante le ore di presidio all'aperto, da mane a sera, davanti al centro sportivo. Un impianto che «casca a pezzi» a sentire i manutentori. Fabiano Marini è uno di quelli che conosce ogni bullone delle Naiadi: «Le avvisaglie di quanto sta accadendo, ce le trasciniamo da mesi. Mancano caldaie adeguate per riscaldare le cinque piscine di pallanuoto, baby e olimpionica; le centraline elettriche danno problemi, da un anno sono stati aperti scavi per riparare i tubi dell'acqua e non sono mai stati richiusi, con il risultato che sono andati persi ettolitri d'acqua. Sul tetto della piscina pallanuoto piove e gli attrezzi per la pesistica sono rovinati».
Nel gruppo dei contestatori anche alcuni genitori (di bambini che fanno sport agonistico) che hanno a carico 850 euro di retta per il periodo che va dal 1° settembre al 31 luglio, ma a causa di questo «stop annunciato» hanno perso lezioni e gare. Spiegano nei dettagli Antonella Cianti, Daniela Di Matteo, Alessia D'Addazio e Daniela Artipoli: «Nella retta sono compresi 4 allenamenti a settimana di un'ora e mezza ciascuno, una gara federale al mese e un kit di cuffie, costumi, maglia, pantaloni, zaino e accappatoio. Ma da settembre ad aprile ci hanno dato solo costumi e cuffie. A fronte di ciò, non abbiamo pagato l’ultima rata».
Al danno, la beffa. «E ora stiamo portando i nostri figli in altre piscine comunali, come quella di Chieti. E ovviamente sono altre spese».

