Sergio, infermiere del 118 contagiato mentre lavora: «Ma io non ho paura»

10 Aprile 2020

Vita in trincea. D’Ascenzo è ricoverato nel reparto di Malattie infettive a Teramo «Ci sono anche pazienti che si vergognano e arrivano nascondere i sintomi»

TERAMO. Sergio D’Ascenzo è un’istituzione nel 118 di Teramo. Ne è stato uno dei fondatori, mai nelle retrovie. E se spesso l’emergenza coronavirus viene paragonata a una guerra, allora lui è stato colpito al fronte. Durante un soccorso un paziente l’ha infettato.
E da soccorritore è diventato paziente.
L’infermiere ora è ricoverato nel reparto Malattie infettive dell’ospedale di Teramo. Il suo racconto viene spesso interrotto da accessi di tosse, la voce a tratti è incerta, ma la forza delle parole di Sergio rimane invariata.
Anche se con l’ossigeno resta quello dei soccorsi impossibili, quello dei viaggi in Moldavia, con la sua associazione di volontari, per aiutare gli ultimi.
«Dall’inizio della pandemia sul 118 è caduta una montagna di telefonate di gente spaventata da quello che stava succedendo», racconta, «per ogni intervento al 118 si fa tutta una serie di domande per distinguere i casi sospetti da quelli no, chiedendo un’onestà intellettuale assoluta. Se uno non ti dice la verità lo vai a prendere solo con la mascherina e poi una volta a bordo dell'ambulanza ti dice: io fino a due giorni avevo la febbre. È successo tante volte, così mi sono contagiato. Le persone tendono a nascondere di avere i sintomi. Io appena ho scoperto di essere positivo l’ho scritto su Facebook, invitando quelli che erano stati in contatto con me a “drizzare le antenne”. In mezz'ora il post ha ricevuto 500 risposte, fra queste molte di persone arrabbiate le quali raccontavano che invece il vicino di casa aveva nascosto di essere positivo. La chiarezza e l'onestà intellettuale sono fondamentali».
D’Ascenzo fa notare che soprattutto nei primi giorni dell’emergenza, a livello nazionale si davano agli operatori direttive diverse, anche su come vestirsi. «Noi abbiamo lavorato come matti, anche per cercare di proteggere il più possibile le associazioni di volontariato non sapendo se avevano tutti i dispositivi di protezione necessari», riprende l’infermiere, «il lavoro fatto in centrale è stato pesantissimo: la gente non trovava nessuno e allora si rivolgeva al 118. L'operatore si trova addosso una situazione pesante dal punto di vista psicologico. E' stata una guerra che ora inizia a stabilizzarsi ma non sono sicuro che ne siamo fuori».
Ora D’Ascenzo sta combattendo una diversa guerra al coronavirus, tutta personale. Racconta i primi sintomi, una febbricola, stitichezza «e poi è iniziata la tossetta, allora ho chiesto il tampone d’urgenza». Ha iniziato la terapia «tentando di gestirla a casa, ma la tosse cresceva, e mi hanno proposto per fare controlli più approfonditi in ospedale».
Ora ha dunque saltato la barricata, è diventato malato. Viene curato con un farmaco antireumatico e uno antimalarico, oltre ad antibiotico e cortisone. «L'operatore sanitario che passa dall'altra parte deve fare tesoro di quello che impara», osserva, «dal punto di vista umano è assai pesante, non si possono ricevere visite. Io sono un lupo solitario, questo isolamento lo reggo, ma mi sono dovuto inventare dei modi per risolvere problemi pratici. Ad esempio per avere un pigiama, visto che la mia famiglia è in quarantena, ho dovuto chiedere a mio fratello di mettere il pigiama in una busta e portarlo qui. Il paziente con il coronavirus si sente fuori dal mondo, qualsiasi necessità diventa una sfida. Il personale sanitario fa tutto quello che può: ci sono tanti infermieri giovani, molto gentili e bravi, nonostante l'inesperienza».
Qualche momento di scoramento, in cui prende il sopravvento la paura di non farcela? «Non ho paura: io sono un uomo di fede e credo che morirò quando deciderà il Padreterno. E per carattere non conosco l’ansia, ma vedo alcuni amici infettati che vivono nel terrore» risponde. Ora arrivano i medici: è l’orario della visita e D’Ascenzo, da buon paziente, mette fine al racconto.
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