Sisma, no alla sentenza choc «Qui tutta l’Italia si ribella»

Da Rigopiano a San Giuliano di Puglia, l’indignazione dei parenti delle vittime
L’AQUILA. Il colonnato dell’Emiciclo fa da cornice a un dolore muto e riservato. Il sole di un’ottobrata anomala, più simile a una fioritura primaverile, illumina i volti assiepati in prima fila, in religioso raccoglimento: padri, madri, fratelli, sorelle e amici delle 309 vittime del sisma del 2009. Sguardi segnati da una tragedia che dopo 13 anni riprende forza e vigore lacerante tra le righe delle sentenza, relativa al crollo di un palazzo in via Campo di Fossa, emessa dal giudice del tribunale civile dell’Aquila, Monica Croci – ora trasferita al penale – che ha riconosciuto una corresponsabilità delle vittime, pari al 30%, per «condotta incauta». Quella di trattenersi a dormire in casa, nonostante le scosse. È contro la sentenza choc, definita «un abominio» nel corso della manifestazione, che la città è scesa in piazza. Non da sola. Accanto agli aquilani delegazioni del Comitato Ponte Morandi di Genova, della tragedia di Rigopiano e del terremoto che nel 2002 causò il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, dove morirono 27 bambini. «Non vogliamo vendetta», il coro unanime dei manifestanti, «chiediamo solo verità e giustizia».
DOLORE COMPOSTO
In più di ottocento, secondo gli organizzatori, hanno preso parte al sit-in “Le vittime non hanno colpa”, organizzato dopo due settimane di indignazione e sdegno che hanno scosso la città travalicando i confini locali. Comitati cittadini, parenti delle vittime, esponenti politici, sindacalisti, associazioni di categoria, gruppi organizzati di tifosi dell’Aquila calcio hanno esposto cartelli e striscioni. L’assenza del sindaco dell’Aquila, che ha inviato una lettera letta durante la manifestazione da Rita Innocenzi, del comitato organizzativo, si fa notare. «Prima rassicura, poi condanna le vittime e il popolo aquilano, ennesima vergogna dello Stato italiano», recita uno striscione esposto dai Red Blue Eagles. E poi ci sono loro: i volti sorridenti ritratti nell’altra vita, prima del 6 aprile 2009. Gigantografie e foto di Giulia, Alessio, Rossella e Raffaele, che all’Aquila studiavano. Di Luca, Francesco, Davide, Alessio, Luciana, Marco e Hussein, rimasti sotto le macerie della Casa dello studente. Di anziani e bambini. Una lista di 309 nomi, che L’Aquila non dimentica.
VERITà E GIUSTIZIA
«Una sentenza folle che colpevolizza le vittime», le parole di Federico Vittorini, che nel terremoto ha perso la madre e la sorella, «e che crea un precedente pericoloso. Un atto della magistratura gravissimo che mette a repentaglio tutte le vittime. Perché una sentenza come questa attribuirebbe la colpa persino a Falcone e Borsellino per il fatto di aver combattuto la mafia». Interventi concisi e puntuali, in cui a più riprese è stata sottolineata la parola giustizia. Da marzo 2009, quando le scosse si susseguivano a ripetizione, a oggi: è stata ripercorsa, riproponendo telefonate e stralci di conversazioni, compresa la relazione della riunione della Commissione Grandi rischi, tutta la storia del terremoto. Un excursus interrotto dal grido che si è levato alto dalla folla presente: «Vergogna, vergogna!». Vincenzo Vittorini, che da 13 anni combatte una battaglia per il riconoscimento dei diritti delle vittime, ha parlato di «abominio laddove in Italia e nelle altre stragi non è stata fatta né verità, né giustizia».
COLPITI TUTTI
«L’Aquila si è ribellata insieme ai parenti delle vittime», ha detto Alessandro Tettamanti del comitato 3.32. E se è vero che le sentenze non si commentano, ma si accettano – come recita un adagio – è pur vero che le aule dei tribunali possono anche non restituire la realtà plastica di quanto accaduto. Una sentenza definita «scandalosa», «che crea un precedente pericoloso», «un provvedimento che getta fango sulle vittime e incertezza sui vivi», queste le parole usate. Senza mai alzare i toni, con grande pacatezza mista a un senso di profonda impotenza. Lilli Centofanti, sorella di Davide, morto nel crollo della Casa dello studente: «La sentenza ci ha messi tutti in faccia a un muro, non soltanto le vittime del sisma, e ci ha sparato». Applausi si mescolano a lacrime di dolore. L’emozione sale. «Non siamo stati incauti. Noi eravamo ignari, non sapevamo quello che sarebbe accaduto. Poi, abbiamo dovuto prendere le quattro ossa dei nostri morti», ha aggiunto, «che ci portiamo dolorosamente dietro, e diventare esperti di terremoto, di norme, di sicurezza. Oggi siamo chiamati qui a difenderci dalla surrealtà. Hanno sempre pensato di svilire le colpe, deresponsabilizzare e proteggere chi sapeva e aveva il potere di tutelare tutti: uno Stato che protegge solo se stesso».
GRANDE SOLIDARIETà
«Il dissenso è grande per una sentenza che colpevolizza le vittime e un potere che si autoassolve», le parole di Marcello Martella, del comitato vittime di Rigopiano. Angela Spezialetti, mamma di Cecilia Martella, che ha perso la vita sotto la valanga è all’Aquila per esprimere solidarietà: «Siamo vittime di uno Stato assente», dice Antonio Morelli, arrivato da San Giuliano di Puglia. Il papà di Morena, morta a 6 anni nella scuola crollata, parla di «sentenza non degna di un Paese civile». Maria Cialente, mamma di Francesco Esposito Maria, morto insieme alla fidanzata nella Casa dello studente rivive la tragedia nel ricordo del figlio: «Il nostro dolore ci accompagnerà per tutta la vita, ma questa sentenza acuisce un dramma incancellabile. Mio figlio era un ragazzo meraviglioso di 24 anni, adesso è stato ucciso due volte».
I MESSAGGI
«Alcune volte le decisioni di un giudice ci colpiscono così profondamente da farci pensare che qualcosa davvero non funziona come dovrebbe. Questa decisione ne è una prova lampante, indiscutibilmente». È il messaggio arrivato dall’Associazione genitori tarantini, letto nel corso della manifestazione. «Pensare che la cittadinanza, da mesi sotto pressione per le continue scosse telluriche di medio-bassa intensità, potesse valutare appieno la portata di una scossa più potente, in così breve tempo, ferisce la nostra anima e la nostra intelligenza. Pare, a ben vedere, un ulteriore chiodo piantato nel corpo crocifisso delle 309 vittime», si legge nella lettera, «un’offesa consegnata alla storia, verso quei ragazzi e quelle ragazze che avevano scelto L’Aquila per la prosecuzione di un percorso scolastico così drammaticamente interrotto. Siamo sempre vicini al popolo abruzzese, che tanto ha sofferto in questa tragedia immane».
«In Italia ogni anno si verificano tragedie che si potrebbero e dovrebbero evitare», la dichiarazione del Comitato parenti delle vittime di Rigopiano, «dovute a incuria, imperizia, malagestio, profitto. Il copione è più o meno lo stesso: numerose vittime e famiglie distrutte, condannate all'ergastolo del dolore e allo stillicidio di processi penali che durano decenni e, quando non si concludono con la prescrizione, portano a condanne irrisorie degli imputati. Tra sconti e saldi vari».

