«Soldi e potere, in quest’Italia non c’è pudore»

Il celebre fotoreporter-paparazzo si racconta e a sorpresa dice: «La privacy non esiste più»
ROMA. Umberto Pizzi da Zagarolo, classe 1937, è in vacanza nella campagna laziale. «È la casa che mi sono costruito quando ero ricco», racconta a bordo piscina. Fotoreporter in medio oriente per organizzazioni internazionali negli anni Sessanta, si è poi specializzato in tutt’altro: obiettivo sempre pronto a scattare, ma per raccontare impietosamente la società italiana e le sue trasformazioni. Il suo Cafonal ha fatto la fortuna del sito Dagospia; poi, da quando nel 2012 le strade si sono separate, ha continuato a fotografare con sempre minore divertimento. Perché «la privacy - ci dice - ormai non esiste più».
Ma come? Un paparazzo che difende la privacy, dopo aver messo in imbarazzo una o due generazioni di potenti?
«Chiariamoci sui termini. La privacy per me è il rispetto della persona. E in questo senso, io non l’ho mai violata in nessun modo: non mi sono mai introdotto in casa di nessuno, né in un ospedale, per uno scatto. Ho sempre fotografato per strada, e se ti metti le dita nel naso mentre cammini in via del Corso il problema non è mio, ma tuo. E non vogliamo parlare del gioco delle parti? Essere fotografati da me era uno status symbol, era un punto di forza nei contratti perché potevi dimostrare di essere conosciuto. Conveniva a tutti, insomma».
Proprio a tutti no. Craxi era contento quando lo beccava con Anja Pieroni?
«Per niente. Una volta ero fuori dal ristorante di Trastevere in cui si trovavano, insieme a lei e Martelli, e mandò le sue guardie del corpo a dirmi, gentilmente, che se non me ne fossi andato subito avrei fatto una brutta fine. Be’, all’epoca trovare un politico con l’amante era ancora uno scoop».
Perché, oggi no?
«No, oggi molto meno. Da osservatore della società, sono convinto che lo spartiacque sia stato il berlusconismo, perché ha rappresentato la deriva nella testa dell’italiano. Da Berlusconi in poi, le parole d’ordine sono diventate “potere, donne e denaro”: ci si sono buttati tutti, non solo i potenti. Quando mi sono accorto di questo, a metà degli anni ’90, ho mollato lo show business e mi sono messo proprio dietro al potere, per raccontare attraverso di esso il degrado della società e la dittatura del denaro. Si è assistito a una mutazione antropologica - che oggi sto cercando di raccontare con il mio archivio, quando avrò finito di metterlo a posto - di cui ha fatto le spese l’etica, lasciata sullo sfondo».
In compenso è esploso il gossip, diventato un regno parallelo all’informazione.
«Anche il gossip - e detto da me può far sorridere, ma fa capire meglio lo spirito che ha sempre guidato il mio lavoro - è figlio del degrado: l’italiano di oggi prova un piacere enorme nel farsi gli affari degli altri, anche quando non è necessario».
Non è che i suoi colleghi aiutino molto.
«Attenzione: oggi il fotografo è in via di estinzione, perché tutti fanno tutto. Basta un iPhone sulla spiaggia e ti improvvisi cronista. Per poi magari vendere polpette avvelenate, ricattando i soggetti delle foto ed estorcendo denaro. Io non l’ho mai fatto in vita mia, neppure quando la famiglia Thyssen Bornemitza mi offrì un sacco di soldi per una foto piuttosto imbarazzante della baronessa. Non era il mio stile: forse perché appartengo a un’epoca diversa».
Lei faceva il fotografo anche negli anni Settanta, in piena prima Repubblica. Cosa c’era di diverso allora?
«Direi proprio il senso del pudore, se posso usare questa espressione. C’erano donne, ma non c’era spudoratezza. Erano tutti più discreti, non come i coatti della Seconda Repubblica. Per non parlare degli attuali: Mafia Capitale mostra che il degrado si è allargato, non c’è più differenza antropologica. Mi chiedo, ripensando alla mia storia di sinistra, che cosa direbbe Enrico Berlinguer se rivivesse oggi».
E se vedesse le foto di Renzi che cosa direbbe?
«Nessuno può dirlo, perché su Renzi ci sono solo foto ufficiali: quelle che un suo assistente scatta, con il consenso del premier, e poi regala alla stampa. Ma si rende conto? È come se i giornali smettessero di pubblicare articoli indipendenti, accontentandosi di dare spazio alle lettere aperte scritte dai protagonisti della politica e pesate virgola dopo virgola. E questo, secondo lei, è un modo di limitare il gossip o di controllare l’informazione?».
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