Spaccio da 100mila euro al mese: 5 arresti

4 Novembre 2016

In cella coppia pescarese che faceva affari con albanesi. In casa una montagna di contanti: «Li abbiamo vinto alle slot»

PESCARA. Non sono soltanto marito e moglie ma anche complici in affari, per lo spaccio di droga. E quando lui è finito in carcere, lei ho ha sostituito in tutto e per tutto, prendendo in mano le redini della situazione e mantenendo i contatti con fornitori e acquirenti di cocaina ed eroina. Sante Morelli, 57 anni, rom pescarese detto "Paccotto" e la moglie Rosa Bevilacqua, 54 anni, sono i due pescaresi finiti in carcere ieri mattina nell'ambito di un’operazione della Guardia di finanza che ha smantellato un'organizzazione italo-albanese molto attiva sulla costa adriatica abruzzese e marchigiana, fino ad Ascoli.

Oltre ai due sono stati rinchiusi in carcere tre uomini, tutti albanesi, e cioè Ermal Beqiraj, 32 anni, detto Tony, il fratello Erjon, 28 anni, arrestati a Martinsicuro, e Vilson Pepa, 32 anni, detto Pepa Soni, preso a San Benedetto del Tronto. Sono riusciti a sfuggire alla cattura, invece, un altro albanese, ritenuto fondatore e capo della struttura criminale, e un suo gregario, pure lui albanese, tornati in patria da qualche tempo.

Per incastrarli gli uomini delle Fiamme gialle, diretti dal capitano Sara Venturoni e coordinati dal colonnello Francesco Mora, li hanno spiati per circa un anno ricorrendo a tutti gli strumenti messi a disposizione della tecnologia. I finanzieri hanno intercettato circa 150 utenze telefoniche (ascoltando diecimila ore di conversazioni) e si sono affidati ai localizzatori satellitari collocati su una ventina di auto, per controllare in lungo e in largo gli spostamenti del gruppo lungo la costa tra Pescara, la provincia di Teramo e le Marche, dove si estendeva il giro di approvvigionamento e spaccio del gruppo.

Nel «patto criminale» stretto tra i rom pescaresi e gli albanesi, i primi si occupavano dello spaccio dopo essersi riforniti dai secondi che, a loro volta, si procuravano le droghe pesanti in Germania, Olanda e Albania e tra un ordine e l’altro si arrivava a gestire due o tre chili al mese di eroina e cocaina e circa cinque chili di marijuana.

Gli indagati sapevano di correre un grosso rischio e per questo cambiavano schede telefoniche in continuazione, intestandole a nomi di fantasia, e si sbarazzavano delle auto con grande rapidità, oltre a ripulire i veicoli da microspie e microfoni con una certa frequenza. Al telefono parlavano in codice (l'eroina veniva chiamata «banana») e le conversazioni duravano giusto il tempo necessario, le chat usate erano criptate e nella contabilità dello spaccio (rintracciata su alcuni quaderni) venivano usati simboli, sigle e soprannomi. Ma tutti questi accorgimenti non sono stati sufficienti perché gli investigatori hanno comunque ricostruito l'organizzazione, definendo il ruolo di ognuno, ed eseguito nel tempo sette arresti in flagranza di reato, scoprendo anche una serie nascondigli della droga, che veniva sigillata e sotterrata in campagna a Tortoreto, Cappelle e Spoltore, e «imboscata» nei casolari, come dicevano gli stessi indagati, colti sul fatto e inseguiti mentre si disfacevano dei pacchi sospetti.

L'organizzazione disponeva di tutto il necessario per agile con le spalle coperte: soldi a volontà, innanzitutto, visto che i profitti superavano i centomila euro al mese, e poi documenti stranieri falsi e anche armi per intimidire gli interlocutori ed escludere i concorrenti, in caso di bisogno. La differenza tra donne e uomini, poi, era minima, a livello di disinvoltura nel malaffare: dalle intercettazioni è emerso che Bevilacqua era pronta a «servire» i tossicodipendenti quando il marito era in carcere e, una volta ai domiciliari, in via Gizio, a Rancitelli, Morelli incontrava a casa i trafficanti albanesi, senza pensare alle conseguenze.

Una parte dei guadagni finiva in Albania: le banconote venivano impacchettate, infilate nelle valigie, tra pacchi di pasta e indumenti, e quindi spedite nella terra d'origine attraverso i bus che si occupano dei collegamenti tra i due paesi. Per farlo c'era la necessità di autisti compiacenti, e di certo l'organizzazione poteva contare su un conducente albanese, come emerso nel corso delle indagini. Un'altra quota consistente degli introiti restava qui e la Finanza non esclude che i circa ventimila euro sequestrati ieri durante una serie di perquisizioni siano il frutto dell'attività illecita, anche se gli indagati hanno assicurato che si tratta semplicemente dei profitti delle vincite alle video slot.

Una banda «spregiudicata e aggressiva», sostiene la Finanza dopo aver appurato il «notevole profilo criminale» del gruppo, finito in carcere su disposizione del gip Nicola Colantonio (il pm è Gennaro Varone).

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