Spinelli: «Ero ubriaco, ci siamo picchiati»

L’omicidio Cervoni. L’imputato in Corte d’Assise: Marco era sporco di sangue e sono salito da mia madre
PESCARA. L’esame dell'imputato e la sfilata di alcuni testi della difesa hanno caratterizzato l’udienza di ieri davanti ai giudici della Corte d'Assise di Chieti, presieduta da Guido Campli, che dovrà decidere se Guerino Spinelli, 31 anni, è colpevole o meno dell’omicidio di Marco Cervoni, 35 anni, amico dell’imputato ucciso la mattina del primo gennaio del 2020, intorno alle 8, in un appartamento del Ferro di cavallo, a Rancitelli.
Guerino Spinelli, assistito dall'avvocatessa Melania Navelli, è stato ieri sottoposto a interrogatorio e alla Corte ha detto di ricordare poco perché era ubriaco. Contrariamente a quanto sempre sostenuto, ieri ha però confermato di essere entrato nell’appartamento dove Cervoni era ospite di una coppia da circa due mesi. Ha detto anche di essere andato lì a fare gli auguri all’amico e poi di aver discusso con lui, ma senza ricordare il motivo. Ha anche confermato di essersi picchiato con la vittima che era sporca di sangue, e poi di essere salito a casa della madre che abita nello stesso stabile. E quando ne uscì vide Cervoni che era a terra davanti all’uscio di casa. Una versione che contrasta con quella della coppia che ospitava Cervoni, che riferì che Spinelli entrò e andò subito a picchiare la vittima, colpendolo anche con un bastone, perché non gli aveva risposto al telefono (da qui l’aggravante dei futili motivi) e che poi Cervoni venne trascinato fuori dell’uscio da Spinelli. E qui si innesca la testimonianza di un vicino di casa, Remo Mincone, che in fase di incidente probatorio ritrattò parzialmente la sua iniziale versione con la quale disse di aver visto Spinelli sull’uscio prendere a calci Cervoni, secondo la procura perché venne minacciato. Davanti alla Corte, ieri sono sfilati diversi testi della difesa che hanno riferito che Spinelli passò l'ultimo dell'anno con loro e che aveva bevuto, «ma non troppo da barcollare».
In collegamento dal carcere di Ascoli ha reso testimonianza anche Johnny Di Pietrantonio: «Conosco Guerino, siamo amici da sempre, abitiamo nello stesso quartiere. Conosco Remo Mincone (il superteste ndr). Io gli ho tolto il saluto perché ha mandato Guerino in carcere anche se non c’entrava niente. Non ho usato toni minacciosi, era anziano, lo rispettavo». Questo passaggio è naturalmente collegato alle minacce che Mincone denunciò (gli venne bruciata l’auto) e che, secondo lui, gli vennero rivolte proprio da Di Pietrantonio. Testimone anche la madre dell'imputato: «Mi ricordo che mio figlio mi chiamò perché aveva litigato con la moglie, voleva le chiavi di casa. Erano le 4,30, in casa c’era anche mio figlio minore. Quella mattina l’ho visto un po’ bevuto, ma era consapevole di come stava, non stava bevuto a livello che barcollava». Sentiti anche quelli che cenarono quella sera con lui fino a tardi, e chi vide Spinelli intorno alle 9,30 del mattino sotto casa, seduto sul muretto a fumare: «Guerino stava lì, ci ho parlato era tranquillissimo»; e un altro: «Lo vidi tranquillo che parlava con l'autista dell’ambulanza». La difesa ha chiesto di ascoltare il teste Mincone, già sentito in incidente probatorio, ma l’accusa si è opposta e la Corte si è riservata la decisione a discussione finita. Il 31 maggio verranno sentiti altri testi e poi inizierà la discussione per arrivare alla sentenza.

