Spoltore, il Comune paga 2 milioni agli imprenditori Di Gregorio

1 Luglio 2020

Chiuso il contenzioso innescato dalla trattativa di vendita di un terreno di oltre 12mila metri quadri  L’ente ha perso i ricorsi ed entro 30 giorni dovrà risarcire la famiglia dell’azienda Industrialmarmi

SPOLTORE. Si è conclusa ufficialmente dopo 12 anni la vicenda che ha visto contrapporsi in una lunga battaglia legale il Comune di Spoltore e la famiglia Di Gregorio - Fattibene. Si è chiusa nel modo peggiore per la collettività. L'ente entro 30 giorni dovrà risarcire la famiglia dell'azienda Industrialmarmi, con una cifra che ammonta a circa 2 milioni di euro, su sentenza definitiva del Consiglio di Stato. La parola fine è arrivata venerdì scorso, con il riconoscimento in Consiglio comunale del maxi debito fuori bilancio che dà il via libera al mandato di pagamento. Tutto in un'unica soluzione. In attesa di ottenere il risarcimento, la famiglia ha deciso di levarsi più di qualche sassolino, accumulato nelle scarpe indossate in un percorso tortuoso. Lo ha fatto in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte Vittoriano e Donatella Di Gregorio, il legale Germano Belli e il consulente immobiliare Pierpaolo Salvatore.
«Abbiamo voluto questo incontro», commenta Vittoriano Di Gregorio, a nome degli altri protagonisti della vicenda (Donatella e Maria Pia Di Gregorio e Liliana Fattibene), «per evidenziare che in questi anni nei nostri confronti si è sistematicamente fatto uso di soldi e risorse pubbliche al solo fine di ostacolarci e calpestare i nostri diritti. Questo non è stato un bene per noi, ma soprattutto per i cittadini di Spoltore che oggi si trovano a pagarne le conseguenze». Tutto inizia nel febbraio 2008 quando la famiglia, proprietaria lungo viale Europa a Villa Raspa, di un terreno di 12mila 235 metri quadrati che si estende fino alla riva del fiume, comincia una trattativa di vendita con una società di costruzioni, interessata a realizzare un progetto residenziale e commerciale.
«Il buon esito della trattativa», spiega l'avvocato Belli che ha seguito la difesa della famiglia insieme ad Antonella Bosco, «era condizionato dall'approvazione del piano di recupero da parte del Comune entro il 31 dicembre 2009». Una serie di ritardi e rinvii da parte dell'Ente nell'iter per la dotazione dello strumento urbanistico necessario per concludere l'affare, induce la famiglia a rivolgersi al Tar che giunge alla nomina di un commissario ad acta che avrebbe dovuto portare a termine l'approvazione del piano entro 30 giorni. «Il commissario, insediatosi il 23 novembre 2009, di fatto è stato estromesso», specifica Belli, «e reinserito a febbraio 2010. Appena tre giorni dopo il suo arrivo, il 26 novembre, il Consiglio comunale ha bocciato il piano di recupero, in una delibera ritenuta poi nulla, ma che ha mandato in fumo la trattativa. La vicenda ha vissuto due fasi. La prima riconducibile alla giunta dell'allora sindaco Franco Ranghelli è stata quella della produzione del danno. La seconda fase, con la Giunta dell'attuale sindaco Luciano Di Lorito, è stata connotata da un accanimento giudiziario incomprensibile, attraverso atti legali inammissibili e temerari, accertati dal Consiglio di Stato». Nell'annosa vicenda, costellata di ricorsi, impugnazioni e sentenze, c'è un aspetto che proprio non va giù alla famiglia e riguarda l'offerta che il Comune ha fatto per giungere a conclusione del contenzioso. «In due occasioni l'Ente», riepiloga il difensore «ha offerto alla famiglia prima 256mila euro e poi 268 mila euro, una cifra 10 volte inferiore a quella accertata. Assolutamente ridicola. Comprendiamo il tentativo di una Pubblica amministrazione di ridurre l'entità di un danno, ma non il gettare discredito su una famiglia che ha avanzato un suo sacrosanto diritto. Per noi la vicenda finisce qui e speriamo anche per il Comune», conclude il legale.