Stefano Schirato, l’occhio asciutto del reporter sulle tragedie del mondo

Il fotografo pescarese del New York Times racconta la sua vita fra drammi pubblici e privati «Questa è un’arte che si coltiva per crescere come persone non per i “mi piace” su Facebook»
di Ylenia Gifuni
«Il primo consiglio che do ai ragazzi è di studiare. Ma non la tecnica, bensì il mondo. Andate al cinema, leggete libri e giornali, fate esperienze, viaggiate e poi fatevi una vostra idea della storia. Perché solo con una solida formazione culturale è possibile avere un'intuizione o immortalare qualcosa che possa fare la differenza».
Con i suoi lavori crudi, impegnati e di forte impatto visivo, Stefano Schirato, pescarese, 43 anni, utilizza il linguaggio della fotografia per raccontare storie straordinarie. Lui che di premi ne ha vinti tanti, diventando fotoreporter per l'Italia del New York Times e fotografo di scena per registi come Giuseppe Tornatore e Rocco Papaleo, difficilmente risolve i suoi progetti nel giro di pochi mesi. I suoi scatti abbinano la denuncia sociale al giornalismo. La tensione del racconto si imprime nel bianco e nero della pellicola o sullo schermo della macchina digitale. Il chiaroscuro dei ritratti rafforza la potenza espressiva dei tratti somatici. E non servono didascalie o pagine di giornale per descrivere il dramma dei migranti lungo la rotta balcanica, i campi profughi di Lampedusa, gli occhi dei bambini di Chernobyl o il dramma delle mine antiuomo in Cambogia. È l'immagine che spiazza nella sua freddezza e lucidità.
«Oggi si fotografa per prendere i “mi piace” su Facebook o per mettere il proprio nome su un giornale o su un sito internet che poi non ti paga», rimarca Schirato, «sui social siamo pieni di "photographer", scritto con il doppio “ph", che fanno scatti soltanto per essere visti. Invece la fotografia è una malattia, un'arte che si coltiva per crescere come persone. È questo il virus che cerco di inculcare ai ragazzi che si avvicinano a questo mondo».
Com'è il rapporto tra l'Abruzzo e la fotografia?
«A differenza di Parigi, in Italia anche se ci sono colleghi molto bravi manca una vera cultura fotografica. In Abruzzo, e a Pescara in particolare, c'è un humus da non sottovalutare. Non dico che ci sia una scuola, ma persone dotate di una spiccata intelligenza fotografica che fanno mostre e mettono al centro il territorio. Per questo penso che possiamo diventare un polo attrattivo».
Tra le diverse anime del suo lavoro predilige il fotoreportage, cosa le piace di più?
«Nasco come fotogiornalista: scelgo e mi scelgono per raccontare storie che abbiano un spessore sociale. Ho iniziato a fare foto a 24 anni, quando sono entrato nei ghetti neri in Sudafrica. Ho seguito i migranti lungo la rotta balcanica, da Lesbo alla Germania, poi al confine tra Francia e Ventimiglia e, infine, nei campi profughi tra Siria e Giordania. Da un anno e mezzo sto lavorando a un progetto sulla Terra dei Fuochi. Quei bambini che muoiono di cancro nel napoletano mi hanno straziato».
Oggi la denuncia sociale è diventata appannaggio dei social network: lei che utilizzo ne fa?
«Bisognerebbe avere i filtri mentali adeguati per utilizzare questi strumenti. È grave quando le persone utilizzano i social per informarsi, non sapendo forse che le notizie pubblicate sono parziali, figlie delle idee che quella pagina o quell'utente vogliono veicolare. In tanti, poi, arrabbiati con il mondo, esprimono rabbia e disagi in maniera gratuita. È un aspetto che non condivido e per questo me ne allontano totalmente. Uso Facebook come una vetrina per condividere i link dei miei lavori, ma evito quasi sempre di commentare perché non mi piacciono le polemiche. Le mie idee le tengo per me. Non è questione di intelligenza, ma di spessore culturale. Sarebbe opportuno introdurre dei filtri tecnici in grado di bloccare la violenza verbale, in modo da mettere al riparo soprattutto le categorie più deboli come i bambini».
Le piacciono i filtri di Instagram che, in pochi secondi, riescono a cambiare luce, colore e angolazione delle foto?
«Sicuramente sono una rivoluzione copernicana. Io non sono iscritto per scelta, ma tantissimi fotografi bravi hanno idee diverse e non escludo a priori che su Instagram si possano nascondere dei talenti».
Ma come si distingue la qualità in questo mare magnum di contenuti?
«La mia forse è una visione poetica, ma penso che la cultura e la professionalità alla lunga paghino. È la competenza che distingue un "photographer" improvvisato da un altro che utilizza la fotografia come forma di espressione della sua vita. Oggi sono entrati in campo tanti fotografi che non lo sono, ma non ne faccio una piaga sociale, perché quelli bravi sono riconosciuti anche da chi non ne capisce. Ci sono foto la cui potenza estetica è racchiusa in uno scatto, alla stregua di uno scritto. Riescono a darti sensazioni e a raccontare l'intimo del soggetto senza bisogno di parole, ma aggiungendone il predicato e il complemento».
Meglio il digitale o l'analogico?
«Quando è nato il digitale tutti ricordavano l'analogico con nostalgia. Io, che vengo da quella scuola, l'ho pensato per anni e per certi versi lo penso ancora. L'analogico ha dalla sua il fattore tempo che, dallo scatto allo sviluppo, permette di sedimentare l'immagine in te, metabolizzare quello che hai vissuto e capire come hai lavorato. Ma il digitale ha tantissime opportunità da non sottovalutare, in primis la velocità».
Colore o bianco e nero?
«Dopo 20 anni di lavoro è difficile che guardo a colori. Ma tutto dipende dai lavori. Ce ne sono alcuni che hanno bisogno di descrizione e quindi di colore. L'importante è decidere subito, mentre si sta scattando, poiché non ha senso cambiare in postproduzione. Sono contrario alle manipolazioni, fatta eccezione per la camera oscura. Per il New York Times ho dovuto firmare un decalogo in cui mi impegnavo a correggere le foto in maniera etica, vale a dire senza stravolgere la realtà».
Qual è la foto che la rappresenta di più? «
Fino a qualche tempo fa era la copertina per il progetto sulla Cambogia. Una foto icona che raffigura una madre con in braccio il suo bimbo, i cui occhi sembrano proteggerlo. Ma a distanza di anni c'è un'altra foto che mi rappresenta. L'ho scattata sulla rotta balcanica. È un padre che scende le scale stringendo il figlio paraplegico. Un atteggiamento da pietà di Michelangelo e un forte pugno allo stomaco».
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