Studentessa morta nel sisma Risarcimento milionario: rassicurata, decise di restare

Accolto il ricorso dell’avvocato Ciprietti. Decisivi i racconti delle coinquiline: pronta a fuggire, si tranquillizzò quando dissero che era “uno scarico di energia”
PESCARA. «Questo Collegio non può che ribadire come le dichiarazioni dell’appellato contumace, per il quale testualmente, “Non c'è pericolo, io l’ho detto al sindaco di Sulmona, la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole perciò uno scarico di energia continuo”, siano state immediatamente riprese e diffuse da emittenti televisive e da varie testate giornalistiche, in quanto provenienti dal vice capo De Bernardinis, alto rappresentante del dipartimento della Protezione civile».
LA FRASE chiave È uno dei passaggi chiave che i giudici civili della Corte d’appello dell’Aquila hanno utilizzato per condannare anche in appello la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il vice capo della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis per la morte, nel terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, di una studentessa originaria di Lanciano. La frase fu pronunciata da quest’ultimo in un’intervista che rassicurò tanti studenti che decisero di restare nelle proprie abitazioni, dove invece molti di loro morirono sotto le macerie del terremoto aquilano delle ore 3,32.
RICORSO accolto È vero che a molte famiglie delle vittime sono stati negati risarcimenti danni anche in appello, scatenando una sorta di sommossa contro la magistratura per aver «colpevolizzato» le vittime rimaste in casa (cosa peraltro ritenuta non vera dall’Anm che ha criticato la lettura superficiale delle sentenze), ma è altrettanto vero che altri giudici aquilani hanno saputo cogliere alcuni passaggi del ricorso presentato dall’avvocato Sabatino Ciprietti, riconoscendo, al contrario, le responsabilità del ricorrente (Presidenza Consiglio dei Ministri) e condannando anche l’appellato contumace a un risarcimento danni milionario.
COINQUILINE TESTIMONI Il tema centrale è che il legale pescarese ha fornito al collegio (presidente Silvia Rita Fabrizio, relatore Alberto Iachini Bellisario e consigliere Francesco Filocamo) gli elementi necessari per dare una chiave di lettura diversa sull’accaduto, portando anche delle testimonianze fondamentali come quella di chi condivideva l’appartamento con due delle vittime.
CAMBIO DI ABITUDINI Perché in questa sentenza civile, che va controcorrente rispetto alle decisioni di rigettare ogni risarcimento che hanno fatto indignare mezza Italia e protestare davanti al tribunale dell’Aquila con striscioni dove si leggeva “le vittime non hanno colpa”, tutto ruota proprio attorno a un cambio di abitudini e di comportamenti dettato da quell’annuncio fatto da chi ricopriva un ruolo di primo piano nella Protezione civile. Dichiarazioni ufficiali per i giudici, che «sia pure antecedenti alla riunione della commissione Grandi Rischi del 31 marzo, non vennero mai corrette, men che meno smentite da detto consesso, né da alcun funzionario della Protezione civile nei cinque giorni seguenti che precedettero il sisma del 6 aprile per cui non possono essere reputate interlocutorie, né idonee a rassicurare solo il 31 marzo, volta che parlare di scarico continuo e per detta ragione non pericoloso di energia, equivaleva a rassicurare anche per il futuro, quindi nel perdurare dello sciame sismico medesimo».
LA RASSICURAZIONE L’opinione pubblica era stata rassicurata: si trattava di uno «scarico di energia» che sarebbe scemato. E invece arrivò la scossa che fece 309 morti. Ma il passaggio chiave evidenziato dall’avvocato Ciprietti nel ricorso riguarda il cambio di decisioni assunto dalla vittima proprio a seguito di quelle rassicurazioni. I giudici sottolineano che questo concetto fondamentale è stato «chiarito dalle prove testimoniali raccolte e in particolare quelle della coinquilina della defunta che con la predetta condivideva l’appartamento». «È emerso», proseguono i giudici in sentenza, «come la vittima fosse profondamente spaventata dal fenomeno sismico in atto, che usasse lasciare i luoghi chiusi al verificarsi delle scosse, e come avesse preparato una borsa con essenziali effetti personali che teneva accanto al letto, per poter lasciare in fretta l’abitazione in caso di scossa notturna». La studentessa aveva deciso di lasciare L’Aquila l’indomani (volontà confermata dai testimoni citati dal legale della vittima). «Tuttavia», prosegue la sentenza, «il giorno seguente, questa modificò i suoi programmi a seguito delle informazioni rese dalla Protezione civile tramite il De Bernardinis, decidendo di restare a L’Aquila». Ormai era stata rassicurata che si trattava di uno «scarico di energia», circostanza «che fece cambiare le sue abitudini e i suoi programmi anche la sera del sisma, determinando scelte di comportamento diverse da quelle che costei avrebbe altrimenti adottato e che si rilevarono fatali. Deve quindi affermarsi la responsabilità dei convenuti per il decesso della predetta».
la decisione Da qui la decisione di rigettare l’appello proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal vice capo della Protezione civile, confermando la decisione del primo grado e addirittura raddoppiando il risarcimento deciso dai giudici del tribunale aquilano.

