Sul bus per la Romania 35 ore tra i povericristi

7 Febbraio 2015

Un giornalista si è mescolato agli immigrati che tornano a casa dall’Abruzzo Tra speranze e disillusione, i racconti di chi sulla strada ritrova un’identità

FABIO IULIANO. «Sei un italiano? Un italiano vero?». Sui bus fermi alla frontiera di Nadlac – al confine tra Romania e Ungheria – di passaporti come il mio non se ne vedono molti. Gli agenti ungheresi fanno finta di incuriosirsi, ma in realtà l’unica cosa che interessa loro è sapere se trasporto sigarette o Palinka, un distillato simile alla grappa che si produce da queste parti. Né l’una né le altre. Vinco la tentazione di rispolverare Toto Cotugno a ulteriore riprova della mia terra di provenienza e mi congedo con un “Viszontlatasra” (arrivederci), reminiscenza magiara di un vecchio viaggio alle superiori. Antoniu, un ragazzo di origine rom partito da Bucarest, non se la cava altrettanto facilmente. La sua valigia viene perquisita e spuntano fuori tre stecche, due dlle quali vengono subito fatte sparire. È già tanto se non ha preso una multa, mi viene spiegato. «Poliziotti bastardi», sibila a bassa voce. «Volevo portare qualche pacchetto ai miei fratelli a Pescara. E’ andata male, vaff…».

Gli autisti si lavano le mani: «Noi pensiamo a guidare, dichiarate quello che avete addosso». Per oliare le procedure, regalano agli agenti qualche sigaro a buon mercato. Qualche volta serve anche una colletta per passare - roba da 5 euro a testa – con buona pace dello spirito dei trattati di Schengen, a cui la Romania chiede da anni di accedere. Nessuno protesta, chi è abituato a stare sul bus per 30-40 ore a tratta è pronto a ben altro.

IL VIAGGIO Quasi 1.500 chilometri in autobus da Pescara a Sibiu, in mezzo alla Transilvania. Andata e ritorno, con lo sconto 130 euro tutto compreso, tra pause sigaretta, caffè volanti, rifornimento carburante e carico bagagli. Già perché è proprio la necessità di riempire la stiva di cartoni e valigie con la propria roba (spettano 40 chili gratuiti a passeggero) che spinge molti romeni, a preferire l’autobus al treno o all’aereo. La compagnia Atlassib, che proprio a Sibiu ha il quartier generale, viaggia ogni giorno. Sono salito a Pescara all’alba, su un bus semivuoto che, partito da Bari, già aveva viaggiato per 5-6 ore sull’A14. Corridoi semivuoti che man mano si riempiono con le fermate intermedie. San Benedetto, Civitanova, Ancona, Pesaro, Bologna, Ravenna e via dicendo. Fino a Padova, il centro di smistamento, dove vengono composti i vettori che raggiungono direttamente la Romania. Carmen Rusu, ad esempio, è diretta a Iasi, al confine con la Moldavia come tanti altri connazionali che vivono in Italia. Facciamo insieme solo la parte iniziale del viaggio, ma fFa in tempo a parlarmi dell’hotel in cui lavora a Rimini, di suo figlio di 20 anni, delle difficoltà all’arrivo in Italia. «Io ne ho 42, ma quando andiamo in giro ci dicono che siamo fratello e sorella», sorride.

IN ITALIA PER AMORE Ioana Mihaela Coscodar, invece, fa tutto il viaggio di andata con me. Ha 25 anni e da sette è in Italia. Vive dalle nostre parti. «Ormai sono abruzzese, anzi cepagattese, ho conosciuto il mio compagno a Sibiu quando facevo ancora il liceo e ho deciso di andare a vivere con lui. La sua famiglia non mi ha mai fatto mancare nulla». Ogni tanto, il Poggio del sole, il ristorante dove lavora, le concede una o due settimane di stop e lei ne approfitta per tornare dai suoi. «Un bel posto la Transilvania», mi fa parlandomi anche di Timisoara. Le chiedo se Dracula si fa vedere spesso da quelle parti. «Dracula non so, ma non ti sarà difficile trovare qualche diavoletta».

NOTTE SUL BUS Un odore semidolce riempie i corridoi. Il ritmo della notte è scandito dalle stazioni di servizio. L’ingresso in Slovenia segna la prima tappa-carburante. I quattro televisori di bordo trasmettono americanate sottotitolate in romeno, mentre dagli altoparlanti continua a uscire musica tipica, intervallata da qualche hit delle star locali: Delia, Lora, Andrea Banica e il suo Dor de mare. Tutta robache riempie le playlist di una ragazzina che, per qualche ora del viaggio di ritorno, mi ritrovo accanto. Addosso ha litri di Hypnotic Poison. Anche lei è in vacanza.

LAVORO E PREGIUDIZI Ma la maggior parte della gente che trovo sul bus si muove per lavoro. Così Florian, da 12 anni in Italia. Il suo bancomat è fuori uso e non ha altri mezzi per prelevare, quindi è costretto a tornare temporaneamente dai suoi a Valcea. Lavora a Bari, in una ditta di conserve, e le cose vanno così così. «La crisi ci taglia le gambe», spiega, «mi sono trasferito in Puglia dopo un minimo di esperienza a Londra. All’inizio riuscivo a mandare un bel po’ di soldi a casa. Ora il lavoro è diminuito e questo fa accrescere anche i pregiudizi contro di noi immigrati». Quello che dice apre una sorta di vaso di Pandora nel corridoio. In tanti ci tengono a sottolineare che «sbaglia chi dice che noi romeni siamo solo violenti. Da noi non c’è lavoro», spiega Adrian, «e quando sei fortunato ad avere un posto, il salario minimo parte da 150-180 euro, ma la vita costa come l’Italia». Quindi, molti puntano a lavorare da noi, fare soldi e riportarli in Romania.

Il fatto di essere l’unico italiano mi permette quasi di essere “adottato”. Marius, uno degli autisti mi fa mettere davanti per parte del viaggio e, una volta in Ungheria, mi invita a provare del gulash. Rifiuto perché sono le tre di notte. Quando non me la sento più di stare seduto, mi allungo insieme ad altri sul corridoio. Mi sveglia un 50enne e mi invita a bere del cognac. «E’ la legge della strada amico», spiega, «io aiuto te, tu aiuti me».

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