Tangenti, assolto Di Cristoforo: cancellata la condanna a 8 anni

22 Gennaio 2022

Per i giudici dell’Appello “il fatto non sussiste”. E per il direttore tecnico Livello arriva la prescrizione Nel mirino della magistratura erano finiti gli appalti della rete fognante di Pescara tra il 2011 e il 2014

PESCARA. Quello che era stato ritenuto lo scandalo delle tangenti ai vertici dell’Aca, che portò in primo grado alla condanna dell’ex presidente del consiglio di amministrazione dell’Azienda acquedottistica pescarese, Ezio Di Cristoforo, a 8 anni di reclusione (pena superiore a quella richiesta dalla pubblica accusa), ha subìto un radicale capovolgimento di fronte davanti ai giudici di secondo grado dell'Aquila.
La Corte d'Appello ha assolto Di Cristoforo con la formula piena, perché “il fatto non sussiste”, dal reato di corruzione, e con la formula “per non aver commesso il fatto” da quello di turbata libertà degli incanti, per una serie di appalti ritenuti pilotati (lavori per la manutenzione della rete fognante di Pescara per gli anni dal 2011 al 2014, e lavori per la realizzazione dell'impianto di sollevamento acque reflue a Città Sant’Angelo). Una condanna che è stata cancellata in appello, dove in sostanza l’impianto accusatorio della procura di Pescara ha retto per il solo direttore tecnico dell'Aca, Lorenzo Livello, condannato a Pescara a 3 anni di reclusione e per il quale la Corte ha fatto scattare la prescrizione del reato: lo stesso reato di turbata libertà degli incanti che Livello, all’epoca dei fatti dirigente Aca e anche rup di alcune gare finite nel mirino della magistratura, condivideva con lo stesso ex presidente.
I giudici aquilani hanno dunque operato una distinzione nell’esaminare le posizioni dei due imputati e, dove hanno accertato l’insussistenza delle accuse, hanno formulato l’assoluzione, mentre per Livello hanno fatto scattare la prescrizione del reato.
Saranno le motivazioni della sentenza, depositate fra un paio di mesi, a spiegare la decisione dei giudici aquilani.
Sta di fatto che la Corte, uscendo un po’ dalla prassi del giudizio di secondo grado, ha voluto fare anche una sorta di istruttoria, riascoltando due testi che dovevano servire, per quello che si capisce oggi, a valutare l’attendibilità del principale teste d’accusa: l'imprenditore aquilano Claudio D’Alessandro che, con le sue confessioni, ammise il pagamento di tangenti a Di Cristofaro, da lui stesso definito «il capo supremo» di «un vero e proprio cartello volto a simulare una concorrenza inesistente», come aveva sostenuto la pubblica accusa nel primo grado. Si era parlato addirittura di tangenti pari al 5/6 per cento che, secondo quanto avrebbe riferito Di Cristoforo a D’Alessandro (accuse riportate da quest'ultimo) dovevano finire nelle tasche dell’«orso marsicano», nome che l’imprenditore aveva dato al presidente Aca nel file che gli investigatori dei carabinieri forestali sequestrarono a D'Alessandro. Ma la difesa aveva sempre contestato quelle dichiarazioni dell’accusatore, che riferiva anche di tempi e luoghi precisi per la consegna dei soldi. Ed è per questo motivo che la Corte ha voluto ascoltare medico e infermiera della residenza di Bolognano dove a quel tempo era ricoverato Di Cristoforo. Da qui l'assoluzione con formula piena per quanto riguarda la corruzione. I giudici hanno invece confermato le statuizioni civili contro Livello, condannato anche a pagare le spese processuali.