Tarquini, giudice con la lode «La giustizia è aspirazione, ma va tradotta in realtà»

4 Novembre 2024

Ha 30 anni ed è stato il primo classificato in Italia al concorso 2021 per magistrati L’11 novembre prenderà servizio all’Aquila: «Devo ancora scegliere il mio ruolo»

L’AQUILA. Dal casolare di montagna in località San Nicandro, ha ricevuto pochi giorni fa la notizia che gli ha cambiato la vita. È arrivato primo al concorso nazionale per magistrati bandito nel 2021. Dino Tarquini, appena trentenne, è il più giovane giudice abruzzese. Sulla scrivania dello studio di quella stessa abitazione ha passato mesi sui libri. Anche 18 ore al giorno, per preparare l’articolata e complessa procedura con numerose prove e approfonditi controlli. Anni di studio e rinunce. Lui stesso si definisce un Flâneur, termine reso celebre dal poeta Charles Baudelaire, quando senza fretta, sperimenta la sua più grande passione: la natura, con lunghe passeggiate quotidiane tra i boschi di Prata d’Ansidonia, comune di 409 abitanti in provincia dell’Aquila. Ama le letture di Leonardo Sciascia accompagnate da un buon risotto allo zafferano.
Signor magistrato, giusto?
«Direi che per questo colloquio non c’è bisogno di alcun tipo di formalità. Dino o dottor Tarquini va benissimo. Non tengo molto ai titoli, è più importante la sostanza. Un secondo solo…» (si sente bussare, è Elisabetta Centi Pizzutilli, sua compagna di vita da settembre). «Stiamo registrando», sorride, «dobbiamo uscire a comprare dei mobili, mi sono sposato a settembre e ancora non finiamo di arredare casa».
Che ruolo rivestirà?
«Giudice o procuratore, a breve si andrà a scegliere anche la funzione. Mi hanno appena comunicato che prenderò servizio l’11 novembre al tribunale dell’Aquila e poi inizierò un periodo da magistrato ordinario in tirocinio. È un periodo in cui si vedono i vari ruoli (giudice penale, civile, procura della Repubblica) e vi sono delle sessioni formative a Firenze nella Scuola superiore della magistratura».
Che emozioni prova?
«Un forte senso di responsabilità. Andrò a ricoprire un ruolo delicato dove si ha a che fare con la vita delle persone. Mi piace ricordare la frase di un magistrato, Renato Borruso: “Il diritto non è accademia, ma è vita”. Tanto che egli si spinge ad affermare che “se il suo studio non appassiona, significa che non vi è interesse per le vicende umane”».
Quale vicenda per lei è stata determinante?
«Non ho sempre sognato di fare il magistrato ma durante l’università è arrivata la passione per le questioni sociali, per le problematiche della Polis in generale, mi ha portato a comprendere che il diritto ha a che fare con le persone».
Intende movimenti giovanili?
«Sì, un’associazione, oggi un po’ spenta: si chiama Arca Abruzzo, con cui abbiamo organizzato tante attività di taglio sociale. Soprattutto all’Aquila durante il terremoto».
In quel frangente ha scelto?
«Forse, nel post-terremoto ci si è resi molto conto all’Aquila di quanto fosse importante il ruolo dello Stato e il ruolo di chi fa rispettare la legge».
Avrebbe fatto diversamente?
«Non è facile, ma posso dire che tanti temi affrontati dalla giustizia aquilana durante il terremoto mi hanno interessato».
Parliamo della sentenza Grandi Rischi?
«Non entro nel merito, c’è un giudicato e vale quello per me. Però mi ha dato da riflettere la questione importante di diritto sul rapporto di causalità. Intendo quanto delle parole di alcuni soggetti avessero potuto influenzare il comportamento dei cittadini, a livello teorico era molto interessante e stimolava una riflessione nel giovane studioso. Poi c’è una sentenza definitiva e vale quella in uno Stato di diritto».
Lei è un “homo novus” nel panorama giuridico.
«Sì, non sono figlio di magistrato, non ho avvocati in famiglia è una passione nata su strada, per esperienze vissute».
Dopo la maturità classica con il massimo dei voti, Tarquini si è laureato in Giurisprudenza ed Economia, con la votazione di 110 e lode. Sempre con lode è il suo titolo accademico di Dottore di ricerca nel campo del diritto pubblico con una riflessione “sulla correttezza dell’azione dell’autorità pubblica, e sugli strumenti di tutela di cui dispone l’ordinamento giuridico per sanzionare gli abusi di potere”.
Com’è stato il percorso di studio?
«Duro. Si richiede una dedizione, una tenacia e una determinazione non di poco momento. Basti pensare che il bando del concorso che ho superato risale al 2021, e l’inizio effettivo del percorso da magistrato si ha a novembre 2024. La procedura è complessa e le tre prove scritte, più quella orale, su numerose materie, sono oggettivamente difficili. Credo sia essenziale, a ogni modo, la passione per il diritto. Senza di essa non è facile studiare per giorni interi per lunghi periodi di tempo».
Tutti i suoi studi in Abruzzo?
«Si, mi sono laureato in Giurisprudenza all’Università di Teramo e in Economia all’Università dell’Aquila, dove ho fatto anche un dottorato di ricerca. Non posso dimenticare, inoltre, il mio percorso al Liceo classico Domenico Cotugno dell’Aquila. Tra quei banchi ho cercato di maturare una sensibilità umanistica e la capacità di ragionamento critico, anche per comprendere i fenomeni sociali, tra cui si annovera il diritto. Sono molto grato ai miei insegnanti».
Entriamo nel ruolo. Far rispettare la legge oggi è realmente possibile?
«Mi sentirei di rispondere che la giustizia è tendenzialmente un’aspirazione, come osserva il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo in una sua opera. È compito dei giudici far sì che questa aspirazione si traduca il più possibile in realtà. Sottolineerei pure che è indispensabile una visione eclettica, nel senso che il diritto vigente, cosiddetto diritto positivo, dovrebbe possedere un certo grado di elasticità, che non mini la certezza del diritto, ma che consenta di realizzare appunto l’aspirazione a essere giusto».
Parliamo dei fenomeni corruttivi oggi divenuti pervasivi e articolati.
«Ragionando in chiave di sistema, direi che è fondamentale che l’intero ordinamento giuridico, in tutti i suoi rami, affronti questa grave patologia. La corruzione, intesa in senso ampio, non è un male lontano dalla cittadinanza. Chi offende l’amministrazione pubblica offende la comunità, sottrae risorse e opportunità a tutti noi. Credo sia utile un’azione integrata di prevenzione e repressione».
Cosa farà quando non potrà accertare con convinzione assoluta la verità dell'accusa?
«Credo che la nobile missione di rendere giustizia vada perseguita senza essere animati da un, a volte pericoloso, “fuoco sacro”, senza nutrire convinzioni assolute e irremovibili e avendo sempre rispetto per la dignità umana».
Cosa ne pensa della crisi di consenso che investe oggi la magistratura?
«Ritengo che la magistratura italiana abbia dimostrato storicamente di possedere delle energie operative ed intellettive di particolare pregio, a presidio della legalità, su tutti i livelli. Le vicende patologiche, pur esistenti, come d’altronde – purtroppo – in qualunque campo, non dovrebbero minare la credibilità dell’intero ordine giudiziario, che quotidianamente si pone al servizio della giustizia».
Quale può essere il valore aggiunto di un giovane magistrato?
«Spero che il contributo di un giovane magistrato alla qualità del sistema giustizia possa consistere nell’apportare entusiasmo, preparazione e umiltà».
Qual è il suo magistrato di riferimento?
«Il mondo della giustizia italiana ha potuto beneficiare di molteplici figure di spicco. Tra tanti mi viene da citare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che forse più di tutti rappresentano il coraggio di servire lo Stato-comunità».
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