Taxi, solo 10 chiamate al giorno: siamo alla fame, il governo ci aiuti

17 Aprile 2020

Quaranta operatori alla stazione: attese anche di 7 ore dentro le auto senza ricevere una telefonata In 3 sono rimasti contagiati, poi sono guariti. «Sì ai gel disinfettanti e ai vetri divisori a bordo dei mezzi»

PESCARA. «Dalle 150 chiamate al giorno, siamo passati, sì e no, a una decina. Spesso non ne riceviamo nessuna nell'arco di un intero turno. Abbiamo atteso anche sette ore dentro le macchine senza ricevere una telefonata. Siamo in 40 in città, ma solo 5-6 lavorano in questi giorni. Gli altri sono fermi dal 3 marzo, chiusi in casa senza reddito e con famiglie da mantenere. Tre di noi sono rimasti infettati e per proteggerci stiamo montando i pannelli di plexiglass dentro le vetture allo scopo di creare il distanziamento dai clienti. Ormai siamo alla fame, Regione e governo devono aiutarci».
L'emergenza coronavirus ha messo in ginocchio i 40 tassisti pescaresi (80 sul territorio regionale) aderenti all'Uritaxi, Unione di rappresentanza dei tassisti, presieduta in Abruzzo da Antonio Abagnale che lancia l'allarme disoccupazione della categoria affossata dalla mancanza di utenti.
20 EURO IN TASCA «Siamo quasi tutti fermi, a Pescara come a Giulianova, Roseto, nel chietino», attacca Abagnale, «in stazione abbiamo 5 o 6 vetture spalmate su tre turni contro le 16 normalmente in servizio. Prima dell'emergenza portavamo a destinazione, tra Pescara, Montesilvano, Pineto e la Val di Sangro, 300 clienti al giorno provenienti da Milano con i voli business della Ryanair, i tanti turisti che questa estate non vedremo e il popolo della movida. Ora nessuno viaggia più, i nostri clienti sono per lo più pazienti che si recano in ospedale e qualcuno che gira di notte. Fine. Ci stiamo rimettendo l'osso del collo, chi riesce a mettere in tasca 20 euro a fine giornata è fortunato, almeno fa la spesa».
VETRI COSTOSI Ai danni economici provocati dall'emergenza, si aggiunge un altro dramma, «Il virus non ha risparmiato tre di noi, che sono stati male per settimane. Uno è finito in ospedale, due sono stati curati a casa. Fortunatamente, stanno bene e il peggio è passato», assicura Abagnale.
Ma «abbiamo paura», sottolinea il rappresentante dei tassinari pescaresi che cedono ai vetri divisori installati nelle vetture, come nella nostalgica cinematografia inglese. Solo che in questo caso le barriere si alzano all'interno degli abitacoli per ragioni di sicurezza «Ci arrangiamo come possiamo, dovremmo installare i vetri omologati ma costano migliaia di euro, quindi siamo costretti a ripiegare su soluzioni ugualmente efficaci ma meno onerose». Il virus si combatte in taxi anche con i gel disinfettanti sempre a portata di mano e a disposizione dei clienti. Abagnale, che chiede «alla Regione e al governo aiuti economici fino alla fine dell'emergenza», è sostenuto nella battaglia dal presidente nazionale Uritaxi (40mila licenze, di cui 8mila solo a Roma) Claudio Giudici il quale, in un video divenuto virale, descrive il delicato e difficile momento che sta vivendo la categoria e suggerisce al governo centrale ipotesi per uscire dall'impasse. Tra queste, ricorrere alla «stampa di moneta parallela avente corso legale soltanto all'interno del nostro Paese o al di fuori dell'Unione europea».
NON C’È PIÙ MERCATO Giudici sottolinea il dramma della categoria, che coinvolge anche i tassisti pescaresi, e fa arrivare il «malcontento» al governo: «Non lavoriamo più, siamo chiusi in casa senza reddito, fermi dai primi di marzo perché non esiste più un mercato, una domanda. Però, le spese corrono. Abbiamo bisogno di lavorare, il governo che mostra di non aver capito la situazione, deve intervenire con un reddito di sussistenza a fondo perduto anche più sostanzioso dei 600 euro: tanti di noi non ce la fanno neppure ad andare avanti per un mese, anche a causa della concorrenza, pochi hanno i risparmi da parte». Chiude Abagnale: «Se non arrivano gli aiuti, siamo morti. Non possiamo andare avanti fino alla fine dell'anno in queste condizioni e non oso pensare che cosa potrebbe accadere se riscoppiassero focolai di contagi che ci bloccherebbero ancora».